Contratti a termine e apprendistato: cosa cambia con il Jobs Act

Quali elementi cambiano nel contratto a termine e nel contratto di apprendistato con il nuovo decreto lavoro varato dal governo Renzi

A pochi giorni dall’emanazione del decreto lavoro firmato dal ministro Giuliano Poletti continuano le analisi e le critiche a quello che è sicuramente il più controverso provvedimento finora prodotto dal governo di Matteo Renzi.

Le critiche alla prima azione del Jobs Act sono state molteplici e hanno, allo stesso tempo, determinato alleanze inedite e fronti improbabili di oppositori. Non solo il Pd che sostiene lo stesso governo Renzi ma anche la Cgil e, da ultimo, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco che ha individuato nella precarietà uno dei maggiori ostacoli alla formazione permanente e, da ultimo, alla produttività del lavoratore dipendente.

Al di là delle critiche e dei propositi di miglioramento, avanzati dallo stesso Poletti, cosa cambia concretamente nei contratti a termine e in quelli di apprendistato rispetto alla riforma del lavoro firmata da Elsa Fornero e, ormai, definitivamente sepolta?

Innanzi tutto la durata. Se nel decreto Fornero la durata massima dei contratti a termine era di 12 mesi senza bisogno di indicare la causale, nel decreto attuale la durata massima è di 36 mesi, sempre senza obbligo di causale ovvero senza il bisogno di spiegare al dipendente le ragioni che determinano la fine del contratto.

Altro punto nodale del decreto lavoro è il numero massimo di proroghe del contratto a termine. In questo caso si passa da un massimo di un rinnovo (Fornero) con indicazione della causale ad un massimo di otto rinnovi, senza causale (Poletti). Per quanto riguarda la pausa tra un contratto e l’altro, se prima dovevano passare tra i 10 e i 20 giorni, a seconda della durata del contratto, ora non occorrono giorni di pausa.

Unico punto in cui si intravede un reale miglioramento è il limite nell’utilizzo dei contratti a termine in un determinato posto di lavoro. Mentre Fornero avevo delegato la decisione ai contratti collettivi, Poletti indica un limite massimo del 20%. I contratti a termine, quindi, possono essere somministrati al massimo a un quinto dei lavoratori facenti parti dell’organico aziendale, mentre il restante 80% deve godere di un contratto di a tempo indeterminato.

Altra nota dolente è quella dell’apprendistato. Se, infatti, Fornero aveva imposto l’assunzione di almeno il 30% degli apprendisti al termine del periodo di formazione, il decreto Poletti cancella questo obbligo come anche l’obbligo della stessa formazione aziendale e quella della forma scritta per il piano formativo previsto dall’azienda.

I contratti di solidarietà, infine, saranno rifinanziati con 15 milioni di euro e saranno soggetti a una nuova regolamentazione.

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