Quale multinazionale italiana guadagna più di Deutsche Bank e McDonald’s messi insieme?

Daniele Piovino

28/03/2014

31/03/2014 - 22:45

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Con 53 miliardi di euro, nel 2013 la ’ndrangheta ha superato gli incassi di Deutsche Bank e McDonald’s messi insieme

Uno studio pubblicato due giorni fa dall’istituto di ricerca Demoskopika evidenzia una realtà di cui tutti siamo consapevoli, senza però avere ben chiaro cosa significhi in termini economici. Con un giro d’affari di 53 miliardi di euro, nel 2013 la ’ndrangheta ha guadagnato più di Deutsche Bank e McDonald’s messi insieme.

Le entrate maggiori dell’organizzazione criminale sono il traffico di stupefacenti (24,2 miliardi di euro), e l’attività di riciclaggio (19,6 miliardi di euro). Seguono estorsione e usura con un’entrata nel bilancio criminale di circa 2,4 miliardi di euro, mentre le scommesse fruttano 1,3 miliardi di euro. Il traffico di rifiuti illeciti (670 milioni di euro), lo sfruttamento della prostituzione (370 milioni di euro), il commercio di armi (700 milioni di euro), la contraffazione di merci (330 milioni di euro) e il traffico di esseri umani (130 milioni di euro) sono meno proficui: non proprio spiccioli, ma il gap con le altre entrate è lampante. Il seguente confronto macroscopico inasprisce questo “drama film”: si tratta di un fatturato pari al 3,5% del Pil italiano.

Lo studio è più che attendibile, basandosi sui dati raccolti dalle indagini del Ministero dell’Interno, della polizia e della Commissione Antimafia, e ci fornisce anche altri numeri che rendono ancor più nitido lo scenario: la ’ndrangheta conta 60mila affiliati in tutto il mondo, suddivisi in quattrocento cosche (‘ndrine) presenti in trenta Paesi. Tra i territori più permeabili troviamo l’Australia (19 ’ndrine), la Colombia (14 ’ndrine), la Germania (12 ’ndrine) e il Canada (10 ’ndrine). Le “sorprese” non mancano: nell’elenco ci sono anche la Tahilandia, le Antille olandesi e il Togo, quest’ultimo tra le mete preferite dalle cosche calabresi per il traffico di rifiuti illegali o di pietre preziose.

“La ‘ndrangheta – ha dichiarato l’economista autore dello studio di Demoskopika, Raffaele Rio – è percepita come una componente “normale” dal mondo produttivo. Si arriva ad una situazione paradossale per cui l’insieme delle attività vessatorie nei confronti delle aziende, dal racket all’usura, dagli incendi dolosi alle rapine, fino ai meccanismi più sofisticati di infiltrazione nel mercato, sembrano ormai costituire un sottofondo latente, uno scenario inevitabile delle loro attività. In questo quadro la criminalità organizzata calabrese rappresenta un evidente ostacolo che grava pesantemente sullo sviluppo del territorio. Dal punto di vista economico scoraggia la libera iniziativa, altera il mercato e i meccanismi della concorrenza, crea monopoli basati sull’intimidazione e l’interesse privato; dissemina paura, determina sprechi e inefficienze”.

Rispetto alle altre organizzazioni criminali, la ’ndrangheta è da sempre quella più impenetrabile, basandosi su un sistema familistico assai radicato nel territorio calabrese: ad oggi, nella sola provincia di Reggio Calabria, le ’ndrine in attività sarebbero settantaquattro. Dal 1991 al 2014, sono ottantadue i comuni sciolti per ’ndrangheta, settantasei dei quali in Calabria. Tanti. Troppi.

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