Incontro molto caloroso a Tokio, tra la neo Premier Sanae Takaichi ed il Presidente americano Donald Trump: “Si apre una nuova epoca d’oro per le relazioni tra i due Paesi”, ha affermato la prima sorridendo vistosamente alla stampa.
Non bisogna farsi illusioni: in Oriente, lo si fa per mostrare bene i denti.
Siamo di fronte ad un nuovo round, a favore degli Usa, nella lunga partita delle relazioni transpacifiche e transatlantiche: la conflittualità economica e monetaria si trascina da quando, nel 1971, il Presidente Richard Nixon decise di recedere unilateralmente dall’impegno assunto a Bretton Woods di garantire la convertibilità internazionale del dollaro in oro.
Ciclicamente, e nonostante i ripetuti riaggiustamenti, il disavanzo commerciale americano è tornato ad essere intenibile: stavolta ci sta pensando il Presidente Donald Trump con l’imposizione dei cosiddetti “dazi compensativi”.
Anche per il Giappone, come è già accaduto per la Germania e l’intera Unione europea, si conclude dunque la lunga fase di crescita economica che è stata trainata dalle esportazioni verso gli Usa, che hanno esercitato ancora una volta il ruolo di “compratore globale a debito e di ultima istanza” che in cambio garantisce loro la dominanza del dollaro.
È in corso, e con successo, anche nei confronti del Giappone la prova di forza con cui il Presidente Donald Trump cerca di raggiungere contemporaneamente i tre obiettivi principali della strategia MAGA: ridurre il deficit commerciale strutturale con i Paesi partner, imponendo elevate tariffe daziarie; ridurre l’impegno militare americano diretto; serrare le maglie dell’alleanza strategica che ha la Cina come principale avversario.
In questo caso, sono stati raggiunti gli accordi commerciali che avevano come contropartita la fissazione sin dal 1° agosto scorso della tariffa sulle merci giapponesi al 15% in luogo del 25%: Tokio ha firmato un impegno ad investimenti in comune per “rafforzare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento di minerali critici e terre rare“, per investimenti diretti dell’importo di 550 miliardi di dollari negli Usa.
La neo-Premier giapponese Sanae Takaichi ha accolto il Presidente americano Donald Trump in visita ufficiale a Tokio, accompagnandolo dopo l’incontro al palazzo di Akasaka a bordo della portaerei USS Washington all’ormeggio nella base navale di Yokosuka: i balli che sono seguiti al lunghissimo discorso di Trump che ha inneggiato al rapporto di grande amicizia col Giappone, scatenati al ritmo dell’ormai iconica canzone “YMCA” dei Village People’s, non celano i rapporti di forza che sono rimasti identici da 80 anni a questa parte, e che vedono la straordinaria potenza politica e militare statunitense capace di tenere sempre a freno le ambizioni ormai solo economiche di un ex-impero militarista.
L’allineamento militare e strategico di Tokio nei confronti di Washington si è confermato totale: l’impegno della Premier giapponese, che ha ribadito a mantenere l’Indo-Pacifico “libero ed aperto”, è stato seguito dall’affermazione secondo cui un eventuale attacco cinese a Taiwan “minaccerebbe la sopravvivenza del Giappone”.
Pechino ha reagito violentemente, chiedendole di “ritrattare le erronee affermazioni” per non inimicarsi 1,4 miliardi di cinesi”; ha bloccato nuovamente le importazioni di prodotti ittici giapponesi; ha interrotto i negoziati sulla carne e ha sconsigliato ai cittadini cinesi viaggi e trasferimenti di studio in Giappone.
Ci sono anche tante chiacchiere che girano sui tassi di interesse sul debito giapponese a dieci anni, che si sono schiodati dal livello “zero” deciso ai tempi della Abenomics con l’adozione dell’Endless QE, e che porterebbero al collasso del bilancio pubblico.
Il sistema giapponese è profondamente eterodosso rispetto alle metriche occidentali, con equilibri stratificati per contrastare shock come l’esplosione della bolla del Nikkei.
Dopo la Grande crisi finanziaria del 2008, sia le esportazioni giapponesi che quelle europee sono state agevolate da monete sottovalutate, lo yen come l’euro, a causa delle politiche monetarie non convenzionali di BoJ e BCE.
Mentre la svalutazione favorita dall’emissione di nuova moneta sosteneva le esportazioni, la riduzione a zero dei tassi ufficiali riduceva l’onere degli interessi sui debiti pubblici, azzerato in Giappone grazie agli acquisti di debito da parte della BoJ.
Negli Usa e nell’Ue, finita la pandemia e la fiammata inflazionistica del 2021, si è proceduto al ritiro della liquidità e all’aumento dei tassi; la BoJ ha invece aumentato il tasso ufficiale solo allo 0,20%.
Le enormi detenzioni giapponesi di Treasuries statunitensi risentono della correlazione tra tassi americani e cambio yen/dollaro.
I dati del Tesoro mostrano detenzioni passate da 1.277 miliardi (inizio 2021) a 1.189 miliardi (settembre scorso).
La forte inflazione al 3% comporta la riduzione del valore reale del debito, detenuto quasi interamente dalla BoJ.
Il governo giapponese ha annunciato nuova spesa pubblica in disavanzo per sostenere il riarmo al 2% del PIL e nuovi investimenti per 110 miliardi di dollari.
Il Giappone è legato agli Usa: ha beneficiato di 80 anni di pace sotto l’ombrello americano, accrescendo la propria ricchezza netta (IIP) a 3.587 miliardi di dollari.
La Germania è arrivata a 3.707 miliardi; altri Paesi come l’Italia si sono impoveriti, la Francia si è indebitata.
Squilibri strutturali e un sistema valutario “drogato” hanno prodotto accumulazioni colossali di ricchezza e debito.
Anche se ora viene messo in riga, il Giappone ha sviluppato un sistema finanziario estremamente eterodosso, capace di manipolare a proprio vantaggio tassi di interesse e tassi di cambio, come la Cina.
Sorrisi e doppiezza: anche l’Oriente più occidentalizzato continua a nascondere le sue vere strategie.