C’è un rondó che da qualche mese sta rallegrando gli investitori, ma che ora li preoccupa: la strepitosa performance del fatturato di Nvidia, il colosso dei microchip che sta fornendo i quattro più grandi gruppi americani, Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft, impegnati nello sviluppo delle infrastrutture di supporto alle piattaforme di A.I., ha trainato verso l’alto in modo irrefrenabile la quotazione azionaria di Nvidia, suscitando di recente più di un dubbio sulla correttezza delle informazioni fornite al mercato finanziario.
Qualcuno, infatti, ha avanzato il sospetto che le vendite siano state effettuare a credito, attraverso una sorta di vendor financing: in pratica, cosí come accadde nel caso della Enron e della Lucent, stavolta Nvidia si sarebbe accollata rischi tanto rilevanti quanto ben occultati.
A monte, c’è infatti il rischio che questi colossali investimenti in una tecnologia cosí avanzata non abbiano il ritorno profittevole che viene sperato: dopo una fase iniziale di disseminazione gratuita volta a far apprezzare i risultati, si tratterà di fornire servizi a pagamento, con abbonamenti commisurati alle diverse esigenze personali, professionali, ovvero aziendali, resi indispensabili per sostituire le attuali lunghe ricerche di testi o dati reperibili su Internet con la ricezione di risposte mirate e perfettamente personalizzate.
C’è un primo rischio di fondo, di carattere strategico, che da sempre caratterizza il mondo dell’informatica, che si combatte tra le piattaforme di elaborazione distribuita ed aperte e quelle accentrate e proprietarie: nel caso dell’A.I., gli Usa si stanno orientando verso sistemi di quest’ultimo tipo, “chiusi” dal punto di vista della componente software ed “integrati” con l’hardware specifico su cui girano. L’alternativa sistemica è rappresentata dalle architetture di tipo Lego, che utilizzano software opensource e dunque personalizzabili, che piattaforme hardware modulari ed integrabili. La sfida americana punta sulla capacità di totalizzare il mercato globale dell’A.I., spartendoselo con una competizione tutta interna. Se dovessero prendere piede sistemi aperti, cooperativi, la competizione si sposterebbe sul terreno delle convenienze, riducendo di molto le aspettative di forti ritorni che sono basate sulla capacità di conquistare l’intero mercato.
Potrebbe succedere, come già avvenne ai tempi delle dot-com, alla fine degli anni Novanta, quando si ipotizzava di poter fornire contenuti in via esclusiva su internet solo dopo aver avuto sottoscritto un abbonamento apposito con un ISP: i sistemi gratuiti di indicizzazione e navigazione, primo tra tutti Explorer, abbatterono senza rimedio queste velleità facendo scoppiare la bolla azionaria del NASDAQ che si era gonfiata all’inverosimile. Basta pensare che, in Italia, il portale di Tiscali che era stato quotato in Borsa aveva superato il valore della FIAT.
Il secondo rischio è quello che deriva dal sovradimensionamento degli investimenti infrastrutturali in corso, un po’ come è successo nel settore delle telecomunicazioni dopo l’apertura del mercato alla concorrenza nei primi anni Duemila: ogni competitor si realizzava la propria infrastruttura di rete fissa e mobile, con cavi ed antenne, con spese che arricchivano solo i costruttori di apparati mentre gli operatori si indebitavano. Alla fine, a forza di fallimenti e di fusioni, si è constatato che una concorrenza infrastructure-based era finanziariamente insostenibile.
Lo stesso potrebbe accadere ora nel settore dell’A.I., dove i progetti di gigantesche city-farm si sommano gli uni agli altri, prevedendo in un caso addirittura la costruzione di apposite centrali nucleari per soddisfare l’enorme fabbisogno di elettricità che serve per alimentare e raffrescare una infrastruttura informatica in cui i chip, i singoli mattoni, consumano una enorme quantità di energia.
Quello dell’A.I. è dunque un business colossale, di cui il mercato percepisce i grandi rischi potenziali ma non capisce dove siano allocati, visto che non ci sono tensioni nei bilanci dei grandi sviluppatori dei sistemi di I.A. e che Nvidia fattura a rotta di collo, affermando di non essersi esposta con proprio debito nei loro confronti.
Il finanziamento dell’A.I. sfrutta a pieno l’esperienza fatta dall’America ai tempi della bolla del mercato immobiliare nel primo decennio di questo Secolo, che ha innescato la catastrofe dei mutui sub-prime con i crediti che improvvisamente risultarono inesigibili ed insussistenti: il finanziamento degli acquisti dei chip venduti da Nvidia, come quelli degli investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture e dei sistemi informatici, avviene senza emettere bond sul mercato e senza ricorrere ai prestiti bancari: le risorse arrivano dalla polverizzazione del debito, che viene emesso da una miriade di società veicolo di proprietà mista, e frammentata in maniera tale che non sorga l’obbligo di consolidamento nel bilancio delle società quotate.
Il rischio non scompare, ma si alloca là dove non viene rilevato in modo ufficiale e sistematico: l’Intelligenza Artificiale ha già imparato bene la lezione del Big Business, la capacità di accentrare i profitti e di esternalizzare i rischi.