La minaccia della musica creata dall’intelligenza artificiale

Pan Kwan Yuk

12 Dicembre 2025 - 06:54

L’industria musicale si prepara a un futuro in cui l’AI produrrà in massa opere simili a quelle umane.

La minaccia della musica creata dall’intelligenza artificiale

Internet è ormai inondata di contenuti generati dall’intelligenza artificiale: testi, video e immagini privi di qualità e originalità che affollano social media e piattaforme digitali. Ora il rischio è che questo fenomeno investa anche le playlist musicali.

La piattaforma di streaming musicale Spotify, con circa 700 milioni di utenti attivi, ha affermato di essere stata costretta a rimuovere 75 milioni di brani definiti spam e creati dall’intelligenza artificiale, a causa di una crescita esplosiva nell’ultimo anno. Su Deezer, servizio francese di streaming, oltre il 28 per cento dei brani caricati quotidianamente proviene da sistemi automatici, rispetto al 10 per cento di gennaio.

Questo rappresenta una trasformazione nel modo in cui la tecnologia incide sull’industria musicale. In passato veniva utilizzata per falsare gli algoritmi: alcuni caricavano pochi brani sulle piattaforme e impiegavano bot automatici per riprodurli senza sosta, così da ottenere indebitamente royalty. Era una truffa tutto sommato facile da individuare.

Oggi invece l’AI musicale inizia a generare contenuti difficili da distinguere da quelli degli artisti umani. Il caso di The Velvet Sundown ne è l’esempio più evidente.

Questo fenomeno solleva preoccupazioni per un settore dal valore complessivo di 105 miliardi di dollari. Da un lato c’è il rischio di truffe: presentare brani come opere originali quando non lo sono affatto. Inoltre, strumenti di generazione musicale permettono a chiunque di creare canzoni basate sullo stile di artisti famosi con pochi clic, ponendo seri problemi di diritto d’autore.

Ma il problema più delicato riguarda ciò che accadrà quando i sistemi di creazione musicale automatica, addestrati su milioni di brani umani, inizieranno a produrre musica verosimile in massa. Per le piattaforme non è un danno: sono interessate soprattutto ad aumentare il tempo di ascolto, a prescindere da chi sia l’autore. Per gli artisti veri e le case discografiche, invece, il rischio è quello di essere messi ai margini, soprattutto dove l’originalità è meno apprezzata o dove il coinvolgimento del pubblico è più debole.

L’industria musicale dovrà reagire con decisione. Le etichette potrebbero creare veri e propri artisti artificiali. Nel frattempo, per gli artisti in carne e ossa, gli eventi dal vivo e i concerti diventeranno ancora più cruciali: già oggi rappresentano circa un terzo del fatturato globale del settore, secondo analisi finanziarie autorevoli.

Infine, sarà indispensabile trovare un accordo con le aziende che sviluppano intelligenza artificiale: ad esempio, concedendo accesso ai cataloghi musicali per l’addestramento dei sistemi in cambio di una licenza o di un compenso automatico ogni volta che la nuova musica creata sfrutta elementi provenienti da opere esistenti. Alcune grandi major discografiche stanno già valutando intese di questo tipo. La vera domanda non è se si arriverà a un accordo sulla tutela delle opere degli artisti, ma se si riuscirà a non svenderle.

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