I cambiamenti sorprendenti nella velocità e nei volumi di lavoro non sempre si traducono in una produttività reale.
Il dibattito sull’utilità dell’AI è maturato considerevolmente nell’arco dell’ultimo anno. Il negazionismo puro e semplice sulle sue capacità si è ridimensionato, man mano che sempre più persone hanno potuto toccare con mano cosa essa sappia fare nel proprio ambito professionale. La battaglia si combatte ora su quanto valore essa generi davvero. Un punto di frizione particolarmente acceso tra i sostenitori e i detrattori dell’AI riguarda il divario tra i presunti aumenti della produttività dei programmatori e l’apparente assenza di un corrispondente boom nella creazione di prodotti o di valore. Un nuovo studio offre a entrambi gli schieramenti argomenti per rivendicare la propria posizione.
La ricerca condotta da Mert Demirer del MIT e dai suoi co-autori ha monitorato il lavoro degli sviluppatori software prima e dopo l’adozione degli strumenti di AI. La particolarità dello studio è che le misurazioni sono state effettuate a diversi livelli: dalla quantità di codice scritto, al numero di singoli file modificati, al numero di progetti o funzionalità su cui si è lavorato, fino ai rilasci effettivi di nuovi software.
I risultati mostrano un impatto esplosivo nella parte alta di questo funnel: i programmatori hanno creato o modificato quasi il 300% in più di file. Tuttavia, questo incremento si è dimezzato al 150% al momento della consegna delle singole unità di lavoro per la revisione, per poi ridursi ulteriormente di cinque volte, attestandosi a un aumento di circa il 30% nel numero di rilasci completi di software. [...]
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