Anche all’interno dell’Unione Europea esistono paradisi fiscali. Non si tratta di giurisdizioni offshore, ma di Paesi che adottano tassazione agevolata per attrarre capitali. Vediamo quali sono.
I paradisi fiscali UE non sono giurisdizioni offshore, ma regimi di tassazione agevolata che puntano ad attrarre capitali e multinazionali: le aziende e i capitali, infatti si spostano laddove le tasse sono più basse.
È il fenomeno del profit shifting che si ripercuote negativamente sulle giurisdizioni che non posseggono cornici fiscali favorevoli per le società.
Paradisi fiscali UE: quali sono
Tra i paradisi fiscali UE fino a qualche anno fa si trovavano Paesi come il Lussemburgo, Cipro, Malta, Ungheria, Irlanda, Ungheria e Olanda.
Cosa offrono questi Paesi rispetto all’Italia? Sintetizziamo di seguito:
- l’Irlanda prevedeva un’aliquota sugli utili societari al 12,5% e questo attira molte multinazionali;
- il Lussemburgo è uno storico polo finanziario con regimi di vantaggio per holding e grandi patrimoni;
- l’Olanda è utilizzata spesso dalle multinazionali per delocalizzare strategicamente i profitti;
- Malta e Cipro offrivano regimi di tassazione societaria estremamente ridotti,;
- l’Ungheria prevedeva un’aliquota fissa per le imprese tra le più basse in Europa (il 9%).
I paradisi fiscali europei
La black list dell’Unione Europea per i paradisi fiscali comprende tutti quei Paesi che non rispettano gli impegni per la governance fiscale. La lista, creata nel 2017, si aggiorna due volte l’anno a febbraio e a ottobre. Quali sono le caratteristiche dei paradisi fiscali che rientrano nella lista?
Sostanzialmente sono Paesi che non prevedono imposte sui redditi delle imprese costituite nel proprio territorio, non prevedono l’obbligo per le società di svolgere effettiva attività di impresa nel territorio stesso, non si adeguano alla trasparenza del sistema legislativo e amministrativo consentendo a determinati soggetti di beneficiare di privilegi sulla tassazione e, infine, non prevedono meccanismi di scambio di informazioni fiscali con gli altri Stati.
Nella black list non appare nessun Paese europeo perché la black list dell’Ue fa riferimento solo ed esclusivamente agli Stati extra europei.
I paradisi fiscali europei, anche se non vengono inseriti all’interno della black list, rappresentano dei veri e propri buchi neri fiscali perché non solo sottraggono ingenti risorse, ma causano danni molto gravi sul piano della concorrenza e della trasparenza.
Non Europa nel settore fiscale, quanto costava?
Tra i 27 Paesi membri dell’Ue c’era una profonda frammentazione delle regole fiscali che alimentava l’arbitraggio fiscale e lo spostamento dei profitti in territori più convenienti. I costi amministrativi che questo comportava erano altissimi e le differenze di procedure impattavano soprattutto sulle PMI e sulle aziende transfrontaliere: la concorrenza leale, infatti, è limitata solo al mercato unico.
La Global Minimun Tax come soluzione
La soluzione ideata per superare questo problema è la global minimum tax che dovrebbe prevedere una tassazione minima effettiva del 15% per le aziende e per i grandi gruppi con fatturato superiore a 750milioni di euro indipendentemente dalla loro localizzazione.
Inoltre dovrebbe essere prevista un’imposizione integrativa per le imprese localizzate in uno Stato membro con imposizione fiscale bassa per contrastare il dumping fiscale.
Al momento quattro Stati membri applicano una tassazione più bassa del 15%:
- Ungheria (9%);
- Bulgaria (10%);
- Irlanda (12,5%);
- Cipro (12,5%).
Irlanda, Lussemburgo e Olanda, inoltre, prevedono imposta molto basse per le multinazionali incentivando l’apertura di holding. In Italia la global minimum tax è in vigore dal 1° gennaio 2024
La tassazione al 15% prevista dal Pillar Two neutralizza nella maggior parte dei casi, la bassa aliquota prevista del singolo Stato. Anche se la global minimum tax colpisce soltanto i gruppi multinazionali large (con ricavi pari o superiori a 750 milioni di euro). Se uno Stato, infatti, ha un’aliquota più bassa la differenza viene recuperata tramite l’imposta integrativa.
L’introduzione di questa tassa ha limitato fortemente il vantaggio competitivo di Paesi europei a fiscalità agevolata che storicamente attiravano grandi capitali con aliquote inferiori alla media (quelli che abbiamo citato in precedenza). Nel contesto italiano ed europeo le regole del Pillar Two consentono agli Stati di recuperare parte del gettito imponendo l’imposta minima.
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