Dalla Cina un nuovo terremoto per i mercati globali

Claudia Cervi

27 Novembre 2025 - 12:28

Vanke chiede di rinviare i bond e fa tremare di nuovo il mattone cinese. Mercati in allerta e rischio di nuova ondata di volatilità.

Dalla Cina un nuovo terremoto per i mercati globali

C’è un nuovo terremoto che sta attraversando i mercati globali e, questa volta, non arriva né dalla Silicon Valley né dal mondo dell’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi l’incubo degli investitori era uno solo: la possibile bolla AI pronta a far saltare la festa dei listini americani. Sembrava quella la minaccia numero uno, l’unico vero rischio da monitorare mentre Wall Street continuava a correre spinta da un’economia USA più resistente del previsto e dai primi segnali di svolta dopo i tagli dei tassi.

Eppure nelle ultime ore qualcos’altro sta facendo tremare i mercati. Una crepa che molti speravano di non rivedere e che invece è tornata a spalancarsi nel momento meno opportuno. Succede in Cina, dove il mattone, olonna portante della crescita nazionale e per anni garanzia di stabilità, ha ricominciato a tremare. È una scossa silenziosa ma potenzialmente devastante, perché quando il real estate cinese scricchiola le onde d’urto arrivano ovunque: nelle banche locali, nei flussi di capitale internazionali, persino nel sentiment di investitori che già faticano a decifrare questa fase di mercato.

Gli indici asiatici hanno reagito subito, con Shenzhen e Hong Kong appesantite dalle vendite sui titoli immobiliari. Segnali che qualcosa non torna e che la narrativa sulla “stabilizzazione” potrebbe essere meno solida del previsto. Il rischio, questa volta, è che la crepa diventi una voragine e inneschi un effetto domino globale proprio mentre i mercati sembravano aver ritrovato un equilibrio.

E allora la domanda diventa inevitabile: cosa succede se la prossima scossa non arriva dalla bolla AI, ma da Shenzhen? E soprattutto, se questo fosse l’avviso che anticipa la prossima crisi globale?

Vanke, il gigante che rischia di crollare davvero

La storia di Vanke non inizia oggi e non è una sorpresa per chi segue da anni la crisi del mattone cinese. Il gruppo, per lungo tempo considerato la “parte sana” del settore, era sopravvissuto ai default più clamorosi di Evergrande e Country Garden grazie alla partecipazione pubblica e al sostegno di Shenzhen Metro Group. Per anni è stato il nome che dava sicurezza agli investitori, il colosso che avrebbe retto anche nelle fasi peggiori del mercato. Oggi però quell’immagine si sta sgretolando. A Shenzhen, il titolo ha perso oltre il 7% in una sola seduta, scivolando ai minimi da oltre dodici mesi, un segnale chiaro che la fiducia ha iniziato a vacillare.

I numeri confermano che la situazione è più seria del previsto. L’obbligazione in dollari con scadenza 2027 è precipitata a circa 40 centesimi per dollaro, un livello che di solito si vede solo quando il mercato prezza un rischio concreto di ristrutturazione. Il nodo è sempre lo stesso: la liquidità. La richiesta di rinviare il rimborso di un bond onshore da 2 miliardi di yuan racconta in modo evidente che le risorse non bastano più e che il gruppo non può continuare a spingere il debito sempre più avanti nel tempo. Ed è un problema enorme, perché solo a dicembre Vanke deve affrontare due scadenze pesanti: il pagamento del titolo del 15 dicembre, più altri 3,7 miliardi di yuan in scadenza il 28 dicembre.

Per mesi gli investitori avevano scommesso che Vanke avrebbe onorato queste scadenze senza problemi. Le due obbligazioni di dicembre erano infatti scambiate quasi alla pari, segno di un mercato convinto che il gruppo avesse ancora abbastanza margine per farcela. Tutto è cambiato nel giro di pochi giorni. Oggi i bond scivolano verso nuovi minimi, le vendite si intensificano e le trattative con i creditori si fanno più complicate.

Neppure la rete di protezione costruita negli anni sembra più sufficiente. Shenzhen Metro Group aveva già versato circa 30 miliardi di yuan in prestiti per tenere Vanke a galla, una sorta di ombrello d’emergenza che ha permesso all’azienda di rimborsare quasi tutte le scadenze del 2024. Ma ora anche quell’ombrello perde pezzi. Il gruppo pubblico ha annunciato condizioni di prestito più rigide, segnale che la pazienza si sta esaurendo e che la disponibilità a sostenere Vanke non è più illimitata.

Non è un caso isolato, è l’ultimo capitolo di una storia che si trascina da anni. E quando anche i nomi considerati “troppo solidi per cadere” iniziano a traballare, l’intero settore perde appigli. Per i mercati è un campanello d’allarme: se vacilla Vanke, allora nessuno è davvero al sicuro.

I segnali del contagio: come capire se la crisi cinese sta colpendo i mercati globali

Il rischio più grande non è la crisi di un singolo gruppo immobiliare, ma il momento in cui la frattura smette di essere solo cinese e inizia a riflettersi in modo evidente sui mercati globali. Quando lo shock parte da un settore così intrecciato con credito locale, risparmio familiare e finanza ombra, le onde d’urto si diffondono rapidamente. E ogni volta lasciano tracce riconoscibili.

Il primo segnale è quasi sempre l’improvvisa ritirata degli investitori dal rischio. I titoli ciclici, dai semiconduttori alle aziende legate ai consumi globali, diventano i primi bersagli delle vendite. È il classico movimento di difesa che anticipa un possibile peggioramento della crescita mondiale.

Poi arrivano i bond, con gli spread che iniziano ad allargarsi mentre gli operatori tornano a rifugiarsi nei Treasury americani o nei Bund tedeschi, anche in un contesto di tassi in discesa. È un campanello d’allarme potente. Significa che il mercato sta già prezzando un rallentamento della domanda cinese con ricadute su export europeo, materie prime e utili delle multinazionali.

A completare il quadro ci sono le valute. Lo yuan tende a indebolirsi e trascina con sé molte divise emergenti. Quando lo yuan scende troppo rapidamente, è quasi sempre il segnale che la percezione dei rischi in arrivo dalla Cina sta cambiando.

Wall Street potrebbe essere il termometro più immediato. Finora ha retto bene grazie alla forza dell’economia USA, ma un calo improvviso dei titoli sensibili alla crescita globale sarebbe un chiaro sintomo di contagio. In Europa, invece, basterebbe un rallentamento degli ordini verso le aziende manifatturiere e un peggioramento degli indici PMI per avere la conferma che la scossa partita da Shenzhen sta facendo il suo corso.

Il punto è che il mercato immobiliare cinese, nel bene o nel male, è un indicatore della fiducia nella seconda economia mondiale. E quando quella fiducia vacilla, difficilmente il resto del mondo resta a guardare.

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