Perché la riforma delle pensioni potrebbe non funzionare

La CGIL punta il dito conto le promesse, al momento non mantenute, da Lega e Movimento 5 Stelle riguardo alla riforma delle pensioni; con la Quota 100 molti lavoratori rischiano di essere danneggiati.

Perché la riforma delle pensioni potrebbe non funzionare

La CGIL - il più antico sindacato italiano - si scaglia contro la riforma delle pensioni ideata dal Governo Lega-Movimento 5 Stelle, o perlomeno su quelle che sono le indiscrezioni in merito circolate in queste settimane.

Secondo Roberto Ghiselli, segretario confederale CGIL il quale ha svelato il suo pensiero in merito tramite una nota stampa, non si può parlare di una vera e propria riforma delle pensioni. In campagna elettorale, infatti, Salvini e Di Maio parlavano di eliminare la Legge Fornero su tutta la linea, tuttavia una volta saliti al Governo - e venuti a conoscenza della “realtà dei conti” - hanno dovuto mitigare le loro idee.

Per questo motivo all’orizzonte si prospettano solamente dei correttivi per la riforma Fornero, i quali non andranno a risolvere tutti i problemi rilevati in questi anni. La “riforma” pensata dal Governo del cambiamento, così come è stata raccontata in questi giorni, presenta infatti diversi limiti e come tale potrebbe danneggiare alcune categorie di lavoratori.

Secondo Ghiselli, quindi, la riforma delle pensioni giallo-verde potrebbe anche non funzionare; vediamo perché e quali sono i limiti rilevati dal sindacato.

Ghiselli: “Non ci sono le condizioni per una riforma delle pensioni

Non sembra ci siano le condizioni per fare una discussione su una vera e propria riforma delle pensioni”; con queste parole il segretario confederale della CGIL in pratica “boccia” il progetto ideato da Lega e Movimento 5 Stelle per superare la Legge Fornero.

Per Ghiselli, infatti, non basta parlare di Quota 100 e Quota 41 per attuare una riforma adeguata, poiché allo stesso tempo questi strumenti per funzionare avrebbero bisogno di essere “accompagnati da una serie di condizioni” che oggi non ci sono.

Ghiselli ad esempio punta il dito contro i paletti previsti per la Quota 100; per accedere a questo strumento, infatti, saranno necessari almeno 64 anni di età (con 36 di contributi) e come se non bastasse presuppone il ricalcolo contributivo di tutto il montante. Per questo motivo per ottenere un assegno previdenziale di importo soddisfacente bisognerà aver avuto una carriera lavorativa costante, un fattore che solo pochi lavoratori possono vantare.

I lavoratori svantaggiati dalla riforma

A queste condizioni, quindi, solo a pochi lavoratori converrebbe accedere alla Quota 100. A ciò poi bisogna aggiungere che per finanziare questo strumento non verrà confermato l’Ape Sociale, con il quale ad una certa platea di lavoratori viene consentito di andare in pensione all’età di 63 anni.

Visto quanto appena detto, quindi, risulterebbero particolarmente svantaggiati dalla riforma:

  • disoccupati;
  • cassaintegrati;
  • invalidi;
  • lavoratori gravosi;
  • caregivers.

Senza dimenticare poi le donne e i giovani del Sud Italia, i quali storicamente hanno maggiori problemi nel trovare un lavoro stabile e di conseguenza hanno una carriera previdenziale meno costante rispetto ai lavoratori del Nord Italia.

Pensione di cittadinanza? No grazie

Un altro strumento che non convince Ghiselli è quello della pensione di cittadinanza, ovvero un’integrazione al minimo - fino a 780€ mensili - per le pensioni percepite da coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà.

Secondo il segretario della CGIL, infatti, questo strumento potrebbe risultare un “meccanismo pericoloso”, poiché rischia di “disincentivare il versamento dei contributi previdenziali per la costruzione del montante pensionistico”.

Riassumendo, strumenti come la pensioni di cittadinanza, ma anche il reddito di cittadinanza, potrebbero incoraggiare l’evasione contributiva e il lavoro in nero.

Bisogna guardare al futuro

Infine Ghiselli parla del futuro, che per quel che riguarda le pensioni rischia di non essere positivo. In futuro, infatti, visto l’adeguamento dei coefficienti di calcolo delle pensioni con le aspettative di vita Istat, gli assegni previdenziali saranno sempre più poveri e si andrà in pensione più tardi ma con parametri maggiormente penalizzanti di quelli attuali.

Per questo motivo la CGIL chiede il consolidamento dei coefficienti di calcolo, così da salvaguardare i lavoratori e i futuri pensionati. È questo il momento, infatti, di preoccuparsi di quello che accadrà in futuro, poiché come dichiarato da Ghiselli:

“Fra 30 anni si avrà a che fare con una bomba sociale, cioè un futuro di una generazione intera di pensionati poveri, ma allora sarà tardi per occuparsene”.

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