Pensioni in affanno, portafogli vuoti e giovani che rinunciano a occasioni d’oro

Pietro Pisello

26 Novembre 2025 - 14:08

Circa il 70% dei giovani italiani è consapevole delle criticità del nostro sistema pensionistico; tuttavia, pochi fanno qualcosa di concreto per affrontare il problema.

Pensioni in affanno, portafogli vuoti e giovani che rinunciano a occasioni d’oro

Circa il 70% dei giovani italiani è consapevole delle criticità del nostro sistema pensionistico; tuttavia, a causa dei bassi stipendi, della scarsa capacità di risparmio e di una limitata educazione finanziaria, pochi fanno qualcosa di concreto per affrontare il problema.

È quanto emerge dall’Osservatorio GenerationShip 2025 di Changes Unipol, realizzato da Kkienn Connecting People and Companies.

Pur essendo consapevoli della questione, molti giovani percepiscono questo tema come distante, qualcosa a cui pensare solo quando l’età pensionabile inizierà ad avvicinarsi. Ma non è così: una maggiore cultura finanziaria potrebbe infatti aiutare a prevenire il problema nel modo migliore possibile. Vediamo insieme tutti i punti chiave.

Pensioni, un allarme generazionale da non ignorare

Secondo il recente report di Changes Unipol, il 67% dei giovani teme il collasso del sistema pensionistico. Molti sono consapevoli che dovranno lavorare fino ai 70 anni e che la pensione pubblica, da sola, non sarà sufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso.
Si stima infatti che un giovane, in futuro, possa percepire una pensione compresa tra i 750 e i 900 euro al mese, pari a circa il 45-50% dell’ultimo reddito. Una prospettiva allarmante che dovrebbe spingere a intervenire il prima possibile.
La previdenza integrativa, però, è ancora distante: il 43% dei giovani non sa nemmeno di cosa si tratti e solo il 9% dichiara di sentirsi davvero informato. Il risultato è un tasso di adesione molto basso: meno di un quarto di chi risparmia ha sottoscritto un fondo pensione o un piano integrativo.
Ed è proprio qui il nodo centrale: iniziare presto un percorso previdenziale permette di colmare questo divario e di evitare un possibile tracollo con il minimo sforzo. In questo ambito, infatti, la variabile tempo gioca un ruolo decisivo, soprattutto grazie alla generazione degli interessi composti.
Naturalmente, una pianificazione efficace richiede capacità di risparmio e di investimento, condizioni non sempre facili da soddisfare a causa degli stipendi spesso troppo bassi, ma anche di una scarsa cultura finanziaria.
Quanti giovani, infatti, sono davvero consapevoli della possibilità di destinare il TFR a un fondo pensione? E quanti lo fanno concretamente? Questa strategia, da sola, potrebbe produrre risultati significativi nel lungo periodo, senza intaccare direttamente la capacità di risparmio.

Tfr fondo pensione un arma ignorata

I lavoratori del settore pubblico e privato dispongono di uno strumento di risparmio previdenziale spesso ignorato o comunque poco sfruttato: il TFR.
Se da un lato è vero che gli stipendi possono essere troppo bassi, dall’altro è fondamentale che i lavoratori comprendano di avere a disposizione una quota di retribuzione non erogata ma accantonata dall’azienda, una risorsa che potrebbe essere gestita in modo più efficace, soprattutto in un’ottica previdenziale.
La normativa italiana consente infatti di decidere se lasciare le quote di TFR maturate in azienda oppure destinarle, su scelta del lavoratore, a un fondo pensione.
Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, vogliamo qui proporre alcune riflessioni su questo tema.

TFR: rivalutazione, rendimento e vantaggi fiscali

Parliamo innanzitutto della rivalutazione delle quote di TFR, che segue regole diverse a seconda che venga lasciato in azienda oppure conferito a un fondo pensione.
Se il TFR resta in azienda, la rivalutazione annuale è determinata da una formula precisa: 1,5% fisso ogni anno più il 75% dell’aumento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo, quindi dell’inflazione. Storicamente il tasso d’inflazione si è aggirato intorno al 2%, con alcune eccezioni. Secondo i report COVIP, la rivalutazione media degli ultimi 10 anni è stata circa del 2,5% annuo.
Se invece il TFR viene conferito a un fondo pensione, quelle stesse quote vengono investite sui mercati finanziari. Nel lungo periodo, questo ha generato rendimenti decisamente più elevati, soprattutto nelle linee più dinamiche. Un fondo pensione con costi contenuti e con un’adeguata componente azionaria ha registrato rendimenti medi anche superiori al 7% annuo.
La seconda riflessione riguarda la tassazione:

  • Nel caso in cui il TFR resti in azienda, l’importo erogato viene tassato con una aliquota IRPEF media, che può andare dal 23% al 43%.
  • Nel caso dei fondi pensione, invece, la prestazione finale è soggetta a una aliquota sostitutiva agevolata, che va dal 15% al 9%, a seconda degli anni di partecipazione al fondo.

Anche se i rendimenti passati non garantiscono risultati futuri, ci sono buone probabilità che destinare il TFR a un fondo pensione produca un montante previdenziale più elevato. Il tempo, i rendimenti storicamente superiori e la tassazione più favorevole possono infatti tradursi in un assegno vitalizio più consistente, contribuendo a colmare quel gap previdenziale di cui abbiamo parlato in apertura.
Ovviamente, una decisione del genere comporta anche altre implicazioni che meritano attenzione. Per questo motivo è sempre consigliabile confrontarsi con un consulente finanziario o, quanto meno, acquisire una consapevolezza adeguata sulle proprie scelte finanziarie.
Con questo articolo abbiamo voluto sottolineare che la scarsa capacità di risparmio non può essere una giustificazione per l’inattività previdenziale: agire oggi, anche con piccole strategie come il conferimento del TFR, può fare una differenza significativa per il futuro.