Voluntary disclosure, tutto da rifare? Il Governo medita il ritiro del decreto

Voluntary disclosure, la strada per la procedura di rientro volontario dei capitali dall’estero si fa improvvisamente tutta in salita. Il Governo starebbe pensando, infatti, di ritirare l’apposito decreto. Come mai? Scopriamolo insieme.

Voluntary disclosure, non è la prima volta che ce ne occupiamo, ma negli ultimi giorni le cronache parlamentari dipingono un quadro davvero in fibrillazione attorno a questo provvedimento. Il decreto legge in questione è il numero 4 del 2014, il quale giace praticamente esanime nella Commissione Finanze della Camera dei Deputati fin dalla fine del mese di gennaio, fino al punto che il Governo starebbe pensando di cestinarlo e riscriverlo da capo.

Tutta colpa dei lavori parlamentari?

Quello che non è del tutto chiaro, però, è se questa possibile scelta da parte dell’esecutivo sia esclusivamente legata ai ritardi nei lavori parlamentari o, più verosimilmente, alle tante contestazioni giunte da parte dei professionisti e degli operatori che in queste settimane hanno partecipato alle audizioni della Camera sottolineando i molti punti deboli del provvedimento.

Il parere del presidente della Commissione Finanze

Tra i primi ad ammettere che qualcosa nel decreto debba cambiare troviamo il presidente della Commissione Finanze e parlamentare forzista Daniele Capezzone, il quale già lo scorso 13 febbraio aveva parlato di possibili modifiche migliorative e, proprio oggi, ha dichiarato all’Ansa che il provvedimento sulla voluntary disclosure potrebbe cambiare forma, non escludendo né un nuovo decreto del Governo né un ddl di iniziativa parlamentare.

Le critiche

Di fatto, la critica più diffusa è che il provvedimento, così com’è, sia poco appetibile per chi dovrebbe valutare un’eventuale adesione, mentre i professionisti coinvolti (avvocati, commercialisti e intermediari finanziari) chiedono maggiori tutele. Uno dei punti centrali, infatti, è che nel processo di autodenuncia verosimilmente si chiederà all’aderente come i soldi siano finiti illegalmente all’estero, e chi abbia contribuito a portarceli. Da qui la richiesta di estendere anche ai professionisti eventualmente coinvolti il principio della non punibilità per i reati tributari commessi prima dell’avvio della regolarizzazione: un incentivo senza il quale probabilmente sarebbero i primi a non spingere i propri clienti ad aderire alla sanatoria.

Che cosa prevede il decreto sulla voluntary disclosure?

In buona sostanza, il decreto prevede che se il contribuente autodenuncia capitali illegalmente detenuti all’estero si esclude la punibilità per gli articoli 4 (Dichiarazione infedele) e 5 (Omessa dichiarazione) del decreto legislativo n.74 del 10 marzo 2000. Per quanto riguarda, invece, i reati previsti dal dlgs 74/200 di cui all’articolo 2 (Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) e 3 (Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici) le pene vengono diminuite della metà. Ma proprio su quest’ultimo punto si starebbe discutendo l’ipotesi di estendervi l’esclusione della punibilità.

La delicatezza della questione, ovviamente, è strettamente legata agli interessi in ballo: le ricchezze italiane detenute illegalmente oltre confine ammontano a quasi 200 miliardi di euro, e il Governo sta lavorando per ottenere il rientro di almeno 60 o 70 miliardi: una cifra che porterebbe direttamente nelle casse dell’Erario circa 20 miliardi.

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