Sponsorizzazioni: sono spese di rappresentanza se non c’è ritorno commerciale evidente

Federico Migliorini

3 Marzo 2015 - 15:42

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Se non vi è nesso tra sponsorizzazione e il relativo ritorno commerciale le spese di sponsorizzazione ai fini fiscali devono essere considerate spese di rappresentanza.

Sponsorizzazioni: sono spese di rappresentanza se non c'è ritorno commerciale evidente

Le spese di sponsorizzazione devono essere inquadrate fra quelle di rappresentanza, deducibili nei limiti di quanto previsto dal Tuir, se il contribuente non dimostra l’esistenza di un nesso diretto fra l’attività sponsorizzata e l’aspettativa di un ritorno commerciale, in modo da poter far rientrare dette spese tra quelle di pubblicità integralmente deducibili nel periodo d’imposta. E` questo il principio confermato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14252 del 2014.

La controversia
Il caso esaminato dai Giudici riguarda un imprenditore, titolare di un esercizio commerciale nel settore alimentare, che aveva sponsorizzato una squadra partecipante ad un campionato di auto da corsa. A fronte del pagamento in denaro, il contribuente aveva ottenuto l’esposizione del suo marchio sulla vettura sponsorizzata. Secondo il Fisco, però, quelle in oggetto non potevano essere considerate spese di pubblicità integralmente deducibili nell’anno, ma spese di rappresentanza a deducibilità limitata. Per i giudici di merito, in effetti, il marchio impresso sull’autovettura risultava di dimensioni così ridotte da non poter essere visibile al pubblico partecipante alle manifestazioni e, quindi, le spese ad esso afferenti dovevano essere considerate soltanto di rappresentanza.

Deducibilità delle spese di pubblicità e di rappresentanza
Occorre ricordare che l’inquadramento nell’una o nell’altra fattispecie di spesa produce diversi effetti fiscali. L’art. 108, comma 2, del Tuir, infatti, distingue tra spese di pubblicità e di rappresentanza, stabilendone criteri di deducibilità assai diversi: integrale nell’anno di sostenimento, ovvero in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro successivi, per le spese di pubblicità; mentre sono previsti criteri di deducibilità più stringenti per le spese di rappresentanza, fissati dal D.M. 19 novembre 2008.

La Cassazione, con la pronuncia odierna, ha confermato l’orientamento secondo cui costituiscono spese di rappresentanza quelle affrontate per iniziative volte ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa ed a potenziarne le possibilità di sviluppo, mentre vanno qualificate come spese pubblicitarie o di propaganda quelle erogate per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi, o comunque dell’attività svolta.

Pertanto, sono da considerarsi spese di rappresentanza quelle effettuate senza che vi sia una diretta aspettativa di ritorno commerciale, mentre costituiscono spese di pubblicità o propaganda quelle sostenute per ottenere un incremento, più o meno immediato, della vendita. Il criterio discretivo va, dunque, individuato nella diversità, anche strategica, degli obiettivi che, per le spese di rappresentanza, può farsi coincidere con la crescita d’immagine ed il maggior prestigio nonchè con il potenziamento delle possibilità di sviluppo della società; laddove, per le spese di pubblicità o propaganda, di regola, consiste in una diretta finalità promozionale e di incremento commerciale, normalmente, concernente la produzione realizzata in un determinato contesto.

Nel caso di specie, il contribuente non aveva dimostrato in alcun modo l’esistenza di quel nesso diretto tra l’attività sponsorizzata e l’attesa di un ritorno commerciale e, quindi, le relative spese non potevano assumere la qualifica di pubblicità, dovendosi invece considerare spese di rappresentanza.

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