Jobs Act e Riforma Hartz: modelli di un lavoro sempre più precario?

Con il Jobs Act Renzi vuole portare in Italia la riforma tedesca Hartz? Le prospettive future ci lanciano in direzione di un lavoro sempre più precario? E’ questa la svolta buona?

Circa un anno fa ci siamo occupati della riforma tedesca Hartz (puoi leggere tutti gli approfondimenti sul tema QUI), la riforma tedesca del mercato del lavoro messa in atto tra il 2003 e il 2005 sotto il governo del cancelliere Gerhard Schröder.

Avevamo seguito il tema perché il M5S di Grillo sembrava guardare proprio al modello tedesco per realizzare quel reddito minimo, erroneamente chiamato reddito di cittadinanza, fulcro del programma politico presentato alle scorse elezioni politiche e rimasto, purtroppo, una chimera. Il progetto verrà ripreso da Renzi? Forse, ma in altri termini.

Nella riforma degli ammortizzatori sociali targata Renzi infatti si parla di Naspi, un nuovo sussidio di disoccupazione universale, che durerà massimo 2 anni, che sembra essere «una sorta di reddito minimo» (fa bene poi Grillo a dire che Renzi «copia» dai grillini?): vi potranno accedere coloro che abbiano lavorato almeno 3 mesi. Si inizierà con 1000 euro al mese che diventeranno progressivamente 700 e i beneficiari dovranno partecipare a corsi di formazione e/o svolgere lavori socialmente utili per un certo numero di ore.

Ma torniamo a noi e torniamo in Germania per cercare di capire cosa abbiano in comune il Jobs Act di Renzi e la Riforma Hartz, modelli accusati di incrementare il precariato, vediamo perché.

Modelli precari?

La Riforma Hartz, attuata in quattro tempi, è stata definita da molti un vero e proprio «scandalo sociale» per aver introdotto salari minimi, precarietà e impieghi sottopagati, insomma quei punti deboli nel welfare tedesco che non rendono affatto la Germania il modello giusto per l’Europa.

Termini diffusi in Germania sono dumping salariale, ha abbassato i salari per essere più competitiva, e mini jobs, lavori part time, che sembrano favorire questo dumping salariale, nonché la flessibilità e il precariato.

Ma cosa sono i mini jobs? Si tratta di lavori che vengono pagati poco, nonostante si tratti di impegni a tempo parziale (siamo intorno ai 450 euro), ma che contribuiscono a tenere a freno la disoccupazione tedesca.

Una forma di lavoro su cui non vengono pagate né tasse, né contributi: oggi ti assicuro un lavoro, ma un domani niente pensione. Facile ridurre il costo del lavoro così no? Facile avere le percentuali più basse di disoccupazione in tutta Europa e creare in 10 anni circa 2,5 milioni di posti di lavoro. Peccato che circa 7,5 milioni siano precari e sottopagati. Tra l’altro i lavoratori impiegati con i mini jobs sono soggetti ad una certa «ghettizzazione»: le loro spese vengono controllate ed il loro tenore di vita deve restare stabile. Insomma un eterno equilibrio che non consente all’individuo di avere aspirazioni di crescita, né economica, né professionale, poiché una volta entrati nel circuito dei mini jobs è come entrare in un tunnel senza uscita.

Un modo grazie a cui le aziende tedesche possono disporre, sotto la bandiera della lotta alla disoccupazione, di un vero e proprio esercito di manodopera a basso costo da impiegare in occupazioni che necessitano di una qualifica medio-bassa e senza particolari oneri a carico dei datori.

Il Jobwunder è davvero un miracolo o è il trionfo dello sfruttamento che ha spaccato in due la Germania: precari dei mini jobs e occupati «normali»?

Nella sua recente visita in Germania il Premier Renzi ha dichiarato di trovare «nel modello delle politiche del lavoro della Germania» un punto di riferimento, a fronte dei risultati raggiunti nei livelli di disoccupazione, che in Italia a gennaio si è attestata sul 12,9% (42,4% la disoccupazione giovanile).

Dopo l’incontro con la Merkel Renzi ha parlato anche di un «Rinascimento europeo» di cui saranno protagoniste Italia e Germania, le quali collaboreranno per costruire «un’Europa competitiva a livello globale». I due Paesi hanno già individuato «un pacchetto di riforme».

Renzi vuole prendere esempio dalla Germania della Merkel? La riforma dei contratti di lavoro secondo il Premier deve garantire la possibilità di assumere per chi vuole assumere, senza pensare al posto fisso, che non c’è più da anni.

Insomma, va bene assumere, ma con un contratto precario sia chiaro: è cosi che si aiutano i giovani ad uscire dal limbo della disoccupazione e a costruirsi un futuro no? Svolta buona vuol dire abbandonare la lotta al precariato, anzi renderlo strutturale?

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