I bambini nati dal 2021 in poi non dovranno mai lavorare. Parla uno dei principali investitori di OpenAI

Andrea Fabbri

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Vinod Khosla, uno dei primi e più grandi investitori di OpenAI, pensa che i bambini di oggi non avranno mai bisogno di lavorare. Vediamo perché

I bambini nati dal 2021 in poi non dovranno mai lavorare. Parla uno dei principali investitori di OpenAI

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Il dibattito sul rapporto tra lavoro e intelligenza artificiale è estremamente polarizzato. I disfattisti e i catastrofisti pensano che i nuovi software AI e la robotica creeranno una nuova classe sociale di milioni di disoccupati nei prossimi 10 anni. Gli ottimisti, invece, pensano che la tecnologia risolverà moltissimi dei problemi lavorativi attuali.

A questo secondo gruppo appartiene sicuramente il miliardario Vinod Khosla, uno dei principali investitori di OpenAI e uno dei primi a intuire la potenzialità dell’intelligenza artificiale.

In una recente intervista Khosla ha affermato che i bambini che oggi hanno meno 5 anni, tra 15 o 20 anni non avranno nessun bisogno di lavorare. Almeno nel modo in cui lo intendiamo oggi.

L’intelligenza artificiale svolgerà l’80% dei lavori attuali

Secondo la visione di Vinod Khosla entro il 2045 l’intelligenza artificiale svolgerà l’80% dei lavori attualmente conosciuti, comprese mansioni creative come quella dello scrittore o sanitarie come quella del medico.

Un’evoluzione del mercato che abbatterà i costi del lavoro e, di conseguenza, anche i prezzi di beni e servizi.

Un mondo di prosperità e abbondanza, quindi, dove secondo il miliardario “il bisogno di lavorare scomparirà” e in cui grazie all’automazione totale, ognuno di noi potrà dedicarsi soltanto alle cose che gli piacciono, e non a quelle di cui necessita per sopravvivere.

I bambini che oggi hanno 5 anni, secondo Khosla, probabilmente non avranno mai bisogno di cercarsi un lavoro una volta terminati gli studi.

Una visione improntata a un eccessivo ottimismo

Alla base delle dichiarazioni del miliardario c’è un ragionamento molto semplice che, purtroppo, appare generalista. Ovvero che quando l’intelligenza artificiale avrà sostituito i lavoratori, il costo della manodopera sparirà e i prezzi caleranno drasticamente.

Emergono due punti critici. Il primo è la possibilità che le aziende, invece di abbassare il costo dei loro prodotti, decidano di aumentarlo per guadagnare ancora di più. L’altra domanda è: le persone “comuni” dove troveranno i soldi per vivere e fare la spesa? A questa obiezione si risponde spesso proponendo una tassa per le aziende tecnologiche per finanziare un reddito di cittadinanza universale. Purtroppo, però, le proiezioni degli esperti e i test previsionali dimostrano che un sistema di questo tipo sarebbe insostenibile sul lungo periodo.

Ottimismo vs pessimismo

Khosla è soltanto l’ultimo dei magnati della tecnologia a mostrare un ottimismo sfrenato sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale nel renderci la vita meno faticosa e più gratificante.

Molto meno ottimisti gli economisti e i dirigenti d’azienda. In una ricerca di mercato condotta pochi mesi fa sull’impatto dell’IA in ambito aziendale, il 90% dei dirigenti e manager ha dichiarato che le tecnologia ha avuto un ruolo impercettibile sull’occupazione e la produttività dell’ultimo triennio.

Secondo loro produttività e produzione dovrebbero aumentare grazie all’IA rispettivamente dell’1,4% e dello 0,8% da qui al 2029. Decisamente troppo poco per dire addio allo stipendio o per pensare che i nostri figli potranno semplicemente godersi i frutti del lavoro delle macchine e dei computer.

Molto più probabile, invece, che dovranno imparare una professione che oggi ancora non esiste.

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