Dalla sostenibilità alla scalabilità. Come cresce un brand fashion (davvero) etico

Redazione Imprese

19 Maggio 2026 - 14:45

Moda sostenibile, filiere rigenerative e investitori ESG: come trasformare l’etica in un modello di business scalabile. Intervista a Giuliana Borzillo, Co-founder di ID EIGHT.

Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata uno dei temi centrali nel settore moda, ma spesso il confine tra innovazione reale e semplice comunicazione “green” resta ancora poco chiaro. Accanto ai grandi annunci e alle capsule collection sostenibili, stanno però emergendo realtà che provano a ripensare il settore in modo più profondo, intervenendo non solo sui materiali ma sull’intero ciclo produttivo.

È il caso di ID.EIGHT, progetto che punta a coniugare design, economia circolare e responsabilità d’impresa attraverso l’utilizzo di materiali innovativi derivati dagli scarti dell’industria alimentare e una visione più ampia della sostenibilità come modello industriale.

Ne abbiamo parlato con Giuliana Borzillo, founder di ID.EIGHT e ID Lab S.r.l., prima classificata nella categoria Future/Sostenibilità dei Money Awards 2025.

Qual è il futuro della moda responsabile e come si distingue la reale innovazione sostenibile dalle operazioni di greenwashing?

Secondo me il vero spartiacque è la profondità del cambiamento, perché chi fa davvero innovazione sostenibile ripensa il prodotto e il processo a 360 gradi, dai materiali alla produzione fino alla durata e alla finalità del prodotto. Non si tratta solo di sostituire un materiale con un altro più green o più sostenibile, ma proprio di ripensare l’intero sistema in maniera olistica.

Il greenwashing, invece, spesso si ferma alla superficie: una capsule, qualche percentuale di materiale riciclato, una comunicazione molto forte, senza un vero cambiamento strutturale.

La consapevolezza del consumatore è fondamentale in questo processo, perché più le persone imparano a fare domande, a mettere in dubbio anche il lavoro dei brand sui materiali, sulla filiera, sulla produzione, più il mercato e di conseguenza i brand si spostano verso chi lavora in modo serio e trasparente.

In questo senso c’è anche una responsabilità educativa e divulgativa: raccontare cosa c’è davvero dietro un prodotto.

Come si trasforma il rifiuto in risorsa e quali sono le sfide principali nel rendere un’intera filiera realmente rigenerativa?

Una delle sfide principali nel rendere l’intera filiera realmente rigenerativa, secondo me, è proprio la regolamentazione, perché per avere una filiera davvero circolare bisogna partire da materiali riciclati, ma anche riuscire a riciclare il prodotto alla fine della sua vita.

Oggi, ad esempio, i rifiuti tessili sono classificati come rifiuti a tutti gli effetti e questo rende molto complesso recuperarli e introdurli nel ciclo produttivo.

Per questo sarebbe fondamentale, anche a livello europeo, sviluppare una vera infrastruttura dedicata alla rigenerazione. Quindi dare ai brand la possibilità di avere a disposizione una filiera fatta di centri e laboratori specializzati dove raccogliere i prodotti a fine vita, smontarli, separare i materiali e avviarli a processi di riciclo o upcycling.

Solo con questo tipo di ecosistema sarà possibile passare davvero da un modello lineare, in cui produciamo e scartiamo, a un modello circolare e rigenerativo.

Oggi i brand hanno delle filiere di produzione, ma creare da zero delle filiere di riciclo e rigenerazione è molto complesso, sia a livello normativo che burocratico. È anche un lavoro completamente diverso.

Se i brand potessero appoggiarsi a centri specializzati, dove figure professionali si occupano di smistare i prodotti tra quelli ancora utilizzabili, quelli destinati all’upcycling e quelli da riciclare, sarebbe molto più semplice creare un modello realmente circolare anche per tutte le aziende.

In che modo è possibile conciliare la crescita economica con la sostenibilità e quanto contano gli investitori che condividono i valori etici dell’azienda?

Riuscire a conciliare crescita economica e sostenibilità è una bella sfida, perché un’azienda chiaramente deve seguire logiche che non sono solo di crescita, ma anche obiettivi di sostenibilità. Partiamo quindi dal presupposto che sia molto complesso.

Noi fin dall’inizio abbiamo voluto dimostrare che le due cose non sono in contraddizione. Anzi, se costruita nel modo giusto, la sostenibilità può diventare un vero motore di innovazione e di valore per l’impresa.

Per noi significa progettare prodotti desiderabili e di design, con materiali innovativi, ma allo stesso tempo costruire anche una filiera più responsabile, etica e tracciabile.

Questo approccio richiede più ricerca, più sviluppo e anche più collaborazione con i fornitori. Però il riscontro positivo è che crea anche un posizionamento molto chiaro e molto forte sul mercato.

La scalabilità dipende proprio da questo equilibrio: non vedere la sostenibilità come un costo o un vincolo, ma come una leva per differenziarsi e costruire un brand solido nel lungo periodo.

In questo percorso la scelta degli investitori è fondamentale, perché non cerchiamo solo capitali, ma partner che condividano la nostra visione e che comprendano come alcune decisioni - dalla scelta dei materiali ai processi produttivi - debbano essere guidate anche dall’impatto ambientale.

Quando c’è questo allineamento, per noi diventa molto più facile crescere in modo coerente e sostenibile nel tempo.