Come trasformare i dati in sviluppo reale per territori e imprese

Redazione Imprese

7 Maggio 2026 - 14:50

Dati, BES ed ESG: come l’intelligenza territoriale può aiutare comuni e imprese a trasformare i finanziamenti in impatti concreti. Intervista a Vincenzo Castaldo, Presidente di Glocal Think.

Ricevi le notizie di Money.it su Google
Aggiornamenti, approfondimenti e analisi direttamente su Google.
Segui

Negli ultimi anni la disponibilità di dati è cresciuta in modo esponenziale, ma la capacità di utilizzarli per prendere decisioni efficaci resta una delle principali criticità per territori, enti pubblici e imprese.

Il punto infatti, non è solo raccogliere le informazioni, ma saperle attivare e trasformare in strumenti concreti di lettura, indirizzo e misurazione dell’impatto. Ed è in questo passaggio che si gioca oggi la vera sfida dello sviluppo territoriale.

Proprio in questa direzione si inseriscono iniziative come quelle promosse da Glocal Think (Glocal Act Società Benefit S.r.l.), seconda classificata nella categoria Future/Sostenibilità dei Money Awards 2025, che sta realizzando una dashboard di intelligenza territoriale: uno strumento progettato per supportare decisioni condivise tra pubblico e privato attraverso l’integrazione di indicatori BES, ESG e dati locali.

La dashboard, sviluppata da Glocal Think con il supporto scientifico dell’Università Sapienza di Roma, nasce con l’obiettivo di collegare dati, progetti e impatti, contribuendo a generare sviluppo reale nei territori. Un modello che può diventare replicabile per le aree interne e per le politiche di coesione.

Il progetto ha già trovato una prima applicazione nella collaborazione con Fondazione Progetto Valtiberina, dove sarà avviata una sperimentazione per rafforzare la capacità di lettura e indirizzo delle politiche territoriali.

Ne abbiamo parlato con il Presidente di Glocal Think, Vincenzo Castaldo.

PNRR e territori: come evitare lo spreco di risorse puntando sulla misurazione dell’impatto reale?

Glocal Think è una realtà associativa che lavora sulla rigenerazione dei territori, supportando i comuni e le imprese nella progettazione ma anche nel prendere decisioni attraverso i dati. Oggi il problema non è quanto spendiamo, ma è come spendiamo e come riusciamo a ottenere, grazie a questi finanziamenti, dei cambiamenti. È qui che si introduce la cultura del monitoraggio degli impatti.

I Comuni, è vero, hanno ricevuto, stanno ricevendo e riceveranno somme di finanziamenti. Il problema è fornire loro strumenti per misurare quanto le loro azioni possano avere impatti e benefici sulle comunità. Oggi abbiamo lavorato allo sviluppo di una dashboard perché i problemi principali sono la mancanza di dati aggregati, la difficoltà nell’analizzare i dati e anche la mancanza di un monitoraggio continuo nel tempo.

Abbiamo lavorato su questa dashboard, che è una dashboard di intelligenza territoriale che integra in sé i BES, gli ESG e i dati locali. Lo abbiamo fatto con il supporto dell’Università Sapienza di Roma e della professoressa Maggino, che è anche membro del nostro board scientifico. La dashboard lavora sui dati, aiuta a prendere decisioni e lo fa anche attraverso il monitoraggio dei risultati.

È uno strumento che sposta il principio dal data layer all’impact layer. Oggi non è necessario solo capire quanti soldi stiamo spendendo, ma è fondamentale capire cosa restituiscono questi soldi al territorio e quale sostenibilità generano nel tempo.

Perché è importante unificare criteri BES e ESG per far parlare a PA e imprese la “stessa lingua”?

Oggi abbiamo un’evidenza di differenze di linguaggio tra pubblico e privato. Il pubblico ragiona su iniziative orientate ai cittadini, alla comunità, al welfare e al benessere, quindi utilizza indicatori BES.

Le imprese hanno un linguaggio diverso: guardano al conto economico e si orientano anche per motivi reputazionali e di impatto delle loro azioni verso l’esterno, seguendo quindi gli obiettivi ESG.

Questi sono due mondi che necessariamente devono incontrarsi. Noi abbiamo provato a farlo sempre attraverso la dashboard, come strumento unico.

La dashboard, anche grazie al supporto dell’intelligenza artificiale, trasforma progetti, desideri e quei gap della pubblica amministrazione in un linguaggio comprensibile per le imprese.

Si rivolge sicuramente agli enti pubblici, a partire dai piccoli comuni, ma anche a fondazioni, unioni di comuni e comunità montane. Dall’altro lato si rivolge anche alle imprese.

Cosa serve davvero per trasformare un piccolo comune in un polo di attrazione e sviluppo sostenibile?

Dall’esperienza che abbiamo avuto sui territori mi preme dire innanzitutto una cosa: i piccoli comuni non sono territori fragili, ma territori incompleti.

Per renderli attrattivi è necessario lavorare sulle infrastrutture, sia digitali sia fisiche, sulla capacità di progettazione - che porta con sé competenze e formazione - e sulle comunità attive.

Il metodo RADICI, che abbiamo raccontato e portato anche in giro per l’Italia attraverso il Festival delle Radici, va proprio in questa direzione: raccontare queste necessità coinvolgendo le comunità e creando ecosistemi.

All’interno di questo processo si inserisce anche la dashboard, perché attraverso l’analisi dei dati riusciamo a individuare e verificare i gap reali dei territori, che possono poi essere colmati intervenendo sulle aree di bisogno.

Questi gap ci consentono di indirizzare le decisioni e poi di misurarle. Per rendere attrattivo un territorio non basta raccontarlo: bisogna superare la narrazione dei piccoli comuni e dei borghi e lavorare concretamente per renderli capaci di generare sviluppo.

Un territorio diventa attrattivo quando riesce a creare le condizioni per presentarsi a stakeholder e investitori, sia interni sia esterni, come un sistema capace di crescere nel tempo ed essere realmente generativo.