Pensioni, riforma a rischio con la guerra in Iran: tra inflazione, conti pubblici e aumento dell’età pensionabile, ecco per cosa verrà ricordato il governo Meloni.
Va riconosciuto che il governo Meloni non è stato particolarmente fortunato, essendo stato costretto a operare spesso in situazioni di emergenza e a far quadrare i conti in scenari complessi, caratterizzati da un’elevata inflazione.
Ed è proprio per questo che la legislatura potrebbe chiudersi con un nulla di fatto sul fronte della riforma delle pensioni, con il rischio di un conseguente aumento dell’età pensionabile.
Come noto, infatti, nel 2027 è in programma un primo incremento di 1 mese dei requisiti di pensionamento, seguito nel 2028 da un ulteriore aumento di 2 mesi, dal momento che con l’ultima legge di Bilancio il governo non è riuscito a evitare l’adeguamento alla speranza di vita previsto dalla legge Fornero. La promessa, tuttavia, era che nel corso di quest’anno si sarebbe fatto il possibile per intervenire congelando tale aumento, approfittando di condizioni economiche più favorevoli. Anche perché, trattandosi dell’ultima manovra prima delle elezioni politiche, l’esecutivo avrebbe voluto giocarsi questa carta.
Lo scoppio della guerra in Iran, però, impone nuove priorità al governo Meloni. Priorità che, in realtà, l’esecutivo aveva già dovuto affrontare al momento del suo insediamento: costi dell’energia in rialzo e un’inflazione elevata, fattori che hanno finito per spostare l’attenzione su altre emergenze. In questo contesto, la riforma delle pensioni non è mai stata percepita come una necessità immediata, quanto piuttosto come un’opportunità da cogliere quando le condizioni lo avessero consentito. Scenario che rischia di non concretizzarsi.
Addio riforma delle pensioni con la guerra?
Nei mesi scorsi diversi esponenti della maggioranza hanno parlato di una possibile riforma delle pensioni da finanziare con la prossima legge di Bilancio. L’obiettivo condiviso era quello di bloccare l’adeguamento alla speranza di vita che comporterà un incremento di 1 mese dell’età pensionabile, oltre a introdurre nuove forme di flessibilità in uscita che potessero sostituire strumenti come Opzione Donna e Quota 103, di fatto superati con l’ultima manovra.
D’altronde, trattandosi dell’ultima legge di Bilancio prima delle elezioni politiche, il governo Meloni si era lasciato margini per diversi interventi, anche alla luce di una situazione economica considerata in miglioramento rispetto a quella trovata al momento dell’insediamento. Tuttavia, la guerra in Iran - soprattutto se dovesse protrarsi per mesi - rischia di sparigliare le carte, riaprendo lo spettro di una nuova fiammata inflazionistica.
Si parla infatti di un possibile aumento dell’inflazione di circa un punto percentuale, mentre i costi dell’energia tornano a salire, alimentando le preoccupazioni legate alla stabilità nell’area dello Stretto di Hormuz.
Un’accelerazione dell’inflazione potrebbe costringere il governo a rivedere al ribasso le previsioni di crescita, con una doppia conseguenza in sede di manovra: da un lato minori risorse disponibili, dall’altro la necessità di concentrare gli interventi su misure di sostegno alle famiglie per difendere il potere d’acquisto.
Uno scenario che difficilmente favorisce chi spera in una riforma delle pensioni. In un contesto simile, infatti, l’obiettivo principale diventa evitare un aumento della spesa previdenziale. Ecco perché - soprattutto all’interno della Lega - si fa strada la consapevolezza che il governo Meloni rischi di essere ricordato per l’esatto contrario di quanto promesso in campagna elettorale, quando la cancellazione della legge Fornero rappresentava uno degli slogan più ricorrenti.
Pensioni, per cosa verrà ricordato il governo Meloni?
A oggi il bilancio del governo Meloni sul fronte previdenziale non appare tra i più positivi. Se inizialmente va riconosciuto all’esecutivo di centrodestra l’introduzione di una forma di flessibilità in uscita come Quota 103, che ha consentito di andare in pensione a 62 anni con 41 anni di contributi, è anche vero che la misura è stata progressivamente ridimensionata. Prima con l’introduzione di penalizzazioni in uscita - attraverso il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno - e poi con il suo sostanziale superamento.
Nel frattempo va segnalata anche la restrizione, prima, e la successiva cancellazione di Opzione Donna, così come l’innalzamento dei requisiti per l’Ape Sociale, passata da 63 anni a 63 anni e 5 mesi.
A ciò si aggiunge il prossimo aumento dell’età pensionabile legato all’adeguamento alla speranza di vita. Un incremento che il governo è riuscito solo in parte a mitigare, salvaguardando alcune categorie impegnate in mansioni gravose e usuranti e dilazionandone gli effetti tra il 2027 e il 2028, con la promessa di bloccarlo attraverso la prossima legge di Bilancio. Una promessa che, però, alla luce del nuovo contesto economico e geopolitico, rischia di non poter essere mantenuta.
A dimostrazione di quanto oggi sia complesso per qualsiasi governo intervenire in modo strutturale sul sistema previdenziale, considerando che l’equilibrio dei conti pubblici, l’andamento demografico e i vincoli europei continuano a ridurre i margini di manovra.
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