Pensioni, approvata una prima - ma «mini» - riforma Meloni per il 2027. Confermata l’isopensione con 7 anni di anticipo, ma rischia di essere l’unica misura di flessibilità prevista.
In un contesto in cui appare sempre più complicato approvare una riforma delle pensioni capace di garantire una maggiore flessibilità in uscita, il governo Meloni mette la firma su un importante provvedimento che potrebbe di fatto rappresentare una delle poche opzioni di pensionamento anticipato previste nel 2027.
Da una parte, infatti, con il Documento programmatico di bilancio approvato lo scorso aprile, il governo ha sostanzialmente escluso la possibilità che nel 2027 possa esserci una riduzione dell’età pensionabile attraverso l’introduzione di nuove misure di pensionamento. Anzi, l’indirizzo sembra essere quello opposto: puntare su strumenti che possano incentivare i lavoratori a ritardare il collocamento in quiescenza.
Dall’altra parte, però, l’esecutivo prova perlomeno a mantenere in vita ciò che già esiste. Ne è un esempio l’isopensione, lo scivolo pensionistico attraverso il quale sono le aziende a farsi carico dei costi necessari per accompagnare i lavoratori alla pensione anticipata, favorendo al tempo stesso il ricambio generazionale in azienda.
Si tratta di una misura strutturale, che quindi non ha bisogno di essere riconfermata ogni anno. Tuttavia, negli ultimi anni ha beneficiato di una disciplina più favorevole per i lavoratori: la possibilità di anticipo è stata infatti estesa fino a 7 anni, rispetto ai 4 anni previsti in via ordinaria.
La scadenza di questa agevolazione era però fissata al 31 dicembre. Per questo il governo Meloni è intervenuto per prorogare anche per i prossimi anni lo sconto di ulteriori 3 anni rispetto a quanto stabilito dalla normativa ordinaria. Lo ha fatto con il decreto Lavoro, attualmente in fase di conversione in Parlamento, all’interno del quale sono previste anche altre novità destinate a incidere, seppure indirettamente, sull’importo della pensione.
Pensioni a 60 anni, novità nel decreto lavoro
Il nuovo decreto lavoro, quindi, interviene anche sul fronte delle pensioni, prorogando fino al 2029 la possibilità di uscire dal lavoro con un anticipo fino a 7 anni rispetto ai requisiti ordinari. Si tratta di una novità rilevante, considerando che la misura, in scadenza a fine 2026, sarebbe tornata al limite originario di 4 anni. L’obiettivo è quindi estendere per almeno altri 3 anni l’attuale configurazione dell’isopensione, offrendo a lavoratori e imprese uno strumento più flessibile per gestire le uscite anticipate.
Per chi non ne fosse a conoscenza, l’isopensione è uno strumento di uscita anticipata introdotto dalla riforma Fornero che consente alle aziende, in presenza di eccedenze di personale, di accompagnare alla pensione i lavoratori più vicini ai requisiti. Si tratta di uno “scivolo pensionistico” riservato ai dipendenti di imprese con più di 15 addetti, attivabile tramite accordo con i sindacati.
Il costo è interamente a carico dell’azienda, che finanzia un assegno mensile, erogato dall’Inps e pari alla pensione maturata al momento dell’uscita, e versa i contributi figurativi fino al raggiungimento della pensione. Tuttavia, va detto che l’importo percepito durante lo scivolo può risultare leggermente inferiore sia all’ultima retribuzione che alla pensione definitiva, anche perché non include alcune voci accessorie.
Al termine dell’isopensione c’è poi il passaggio alla pensione, previa presentazione della domanda all’Inps nei tempi previsti.
Arriva il salario “giusto”, ecco che impatto avrà sulle pensioni
Il decreto lavoro interviene anche sul tema dei salari, introducendo il principio di un “salario giusto” legato alla contrattazione collettiva nazionale. A scandire questa novità è stata la stessa Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di presentazione del provvedimento, la quale l’ha definita come un ulteriore tassello della strategia del governo per rafforzare il lavoro stabile e ridurre la precarietà, rivendicando i dati sull’occupazione degli ultimi mesi.
Nel dettaglio, il salario giusto prende a riferimento il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. La retribuzione, quindi, non potrà essere inferiore a tali livelli, con l’obiettivo di contrastare i cosiddetti “contratti pirata” e il dumping salariale.
La linea, ribadita anche dalla ministra del Lavoro Marina Calderone, punta a valorizzare la contrattazione e a premiare il lavoro di qualità, senza necessariamente introdurre un salario minimo fissato per legge. Allo stesso tempo, il decreto prevede incentivi per le imprese che investono nel benessere dei lavoratori, ad esempio attraverso strumenti di conciliazione tra vita e lavoro.
Si tratta di una novità che, seppur indirettamente, può incidere anche sulle pensioni. Come noto, infatti, l’importo dell’assegno pensionistico è strettamente legato alla retribuzione percepita durante la vita lavorativa: salari più alti significano, nel tempo, contributi più elevati e quindi pensioni potenzialmente più consistenti.
Resta da vedere se queste norme riusciranno davvero a tradursi in un aumento generalizzato degli stipendi e, di conseguenza, delle pensioni in Italia. Molto dipenderà dall’effettiva applicazione dei contratti e dalla capacità del sistema di contrastare le forme di lavoro sottopagato.
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