Fiat ed Electrolux vogliono lasciare l’Italia. Cos’è che non va nel Belpaese?

Costo del lavoro troppo alto, pressione fiscale in aumento, costo dell’energia superiore alla media... tutti i problemi dell’Italia che fanno scappare le imprese e non solo

E’ di ieri pomeriggio la notizia che Fiat ha deciso di stabilire la propria sede fiscale in Gran Bretagna, quella legale in Olanda e quotarsi a Wall Street. Lo storico stabilimento di Torino resterà in Italia soltanto come fabbrica di automobili, di una società con sede fiscale e legale all’estero.

Sempre di questa settimana è la notizia della proposta di Electrolux ai sindacati che rappresentato i lavoratori impegnati nelle quattro fabbriche italiane. In sostanza l’Electrolux chiede di dimezzare gli stipendi, non pagare le festività, ridurre l’orario di lavoro a sei ore e bloccare gli scatti di anzianità; se non si accetta l’accordo la produzione si sposterà altrove.

Questi due fatti di cronaca hanno in comune da una parte la rabbia di lavoratori e italiani in generale, e dall’altra il problema del costo del lavoro.

Alla notizia dello spostamento della sede Fiat in Olanda e Gran Bretagna la reazione italiana è stata di rabbia. Nei confronti di un’azienda che ha goduto più di una volta di sussidi statali e di favori del governo e che ripaga il suo paese trasferendosi altrove con tutte le perdite che ne conseguono per l’Italia.

E’ la stessa rabbia provata dai lavoratori Electrolux che vedono il proprio futuro lavorativo appeso ad un filo. In Italia sono quattro gli stabilimenti Electrolux che danno lavoro a centinai di lavoratori ai quali adesso si chiede di dimezzare lo stipendio e le ore lavorative perché «costano troppo».

Costo del lavoro
Ed ecco la seconda cosa che hanno in comune Fiat ed Electrolux: il costo del lavoro.
L’Italia non offre condizioni favorevoli per imprese e lavoratori; la Fiat e l’Electrolux non sono le prime e certamente non saranno le ultime aziende a migrare altrove. La rabbia è certamente comprensibile, ma non possiamo pretendere riconoscenza e gratitudine da un’azienda. La Fiat sceglie dei trasferirsi all’estero perché lì gode di migliori condizioni fiscali ed opportunità di sviluppo.

La globalizzazione spinge le imprese a cercare il posto migliore dove svolgere il proprio business; il paese con condizioni fiscali più favorevoli, manodopera a basso costo, costo del lavoro inferiore, cuneo fiscale più basso, costi dell’energia minori. L’Italia al momento non offre niente di tutto questo; nel nostro paese abbiamo una manodopera di altissima qualità che tutto il mondo ci riconosce e ci invidia, ma che niente può fare contro un’offerta di condizioni lavorative davvero poco competitiva.

Dal 2000 ad oggi il valore di un prodotto fabbricato in Italia si è dimezzato perché il costo reale del lavoro è aumentato a dismisura. In altri paesi occidentali il costo del lavoro è tra il 30 e i 50% inferiore a quello italiano così come il costo dell’energia è inferiore del 50-75%.

Non solo le aziende emigrano
Purtroppo le condizioni di lavoro e di vita offerte dall’Italia non fanno scappare soltanto le imprese, ma anche i laureati, gli scienziati, i ricercatori. La mancanza di meritocrazia e di prospettive hanno spinto migliaia di «cervelli» altrove.

Soltanto nel 2013 più di 9.000 laureati hanno lasciato l’Italia, le università straniere sono piene di ricercatori italiani; soltanto nelle università degli Stati Uniti se ne contano almeno 15.000.

Ciò che accade alla Fiat e all’Electrolux dovrebbe essere un campanello d’allarme per la politica, per comprendere che è arrivato il momento di smettere di criticare chi decide di andarsene, e di creare le condizioni migliori affinché aziende e studiosi decidano di restare.

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