Europa: come uscire dalla crisi? Forse non resta che il FMI

EUROPA, CRISI. Dobbiamo aiutare l’Italia, e in fretta. Da una parte ogni intervento «supplementare» della BCE si scontra con l’opposizione tedesca, mentre dall’altra il Fondo di salvataggio EFSF è imbrigliato dal debito degli Stati. Resta l’appello del Fondo monetario internazionale.

L’accordo della coppia «Merkozy» è stato approvato dal Consiglio europeo, ma Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sembra siano troppo indaffarati a pensare ad una cura futura, per evitare il ripetersi di una simile crisi, mentre l’incendio è in corso, e sta facendo tabula rasa davanti ai loro occhi. Il compito primario è quello di fermare l’attacco speculativo contro l’Italia, che rischierebbe di ripercuotersi sull’intera area dell’euro.

L’Italia, ora solvente, potrebbe non restarlo a lungo a causa degli interessi esorbitanti che gravano sul suo debito. Il governo italiano è costretto ad adottare politiche restrittive condannando il Paese a prolungare la sua fase di stagnazione, mentre una delle condizioni per ripristinare la fiducia dei mercati è proprio il ritorno della crescita. Tecnicamente, quattro soluzioni sono possibili perché l’Italia possa rifinanziare il proprio debito ad un tasso sostenibile, circa il 3%, ma solo l’ultima è ancora fattibile, vista la caparbietà di Angela Merkel a respingere le prime due, ed essendo la terza condannata da un’eccessiva debolezza economica di Francia e Germania.

La prima soluzione, la più veloce, è l’acquisto da parte della BCE di tutto il debito italiano secondario, senza alcun limite. Questo semplice annuncio fermerebbe la speculazione. Le banche potrebbero acquistare il debito italiano a livelli normali senza richiedere un premio per il rischio eccezionale. Questo impegno dimostrerebbe anche la piena fiducia della BCE nel credito italiano. Ma i leader tedeschi si oppongono a questa soluzione, a causa del rischio di inflazione che risveglierebbe, come il fantasma del periodo tra le due guerre. Potrebbero essere vero nel lungo termine, se la BCE dovesse comprare tutto il debito italiano. Ma l’interesse di questo annuncio risiede nella sua capacità di fungere da deterrente. La credibilità dell’impegno assunto rende inutile la sua effettiva attuazione.

La messa in comune del debito già emesso attraverso una forma di Eurobond, la seconda opzione, è ormai derisa da Nicolas Sarkozy, solo per il fatto che per Angela Merkel queste euro obbligazioni «hanno poco senso». Una simile risposta alla crisi non porterebbe, dicono i due, i paesi a rispettare la disciplina di bilancio - dato che il peso del debito di un paese potrebbe essere supportato da altri - in caso di gravi difficoltà. Se è vero che si tende ad essere meno previdenti quando si è assicurati, si potrebbero immaginare dei dispositivi concepiti per contrastare questo effetto di «azzardo morale».

La terza alternativa, ovvero un ricorso al Fondo europeo di stabilità finanziaria allo scopo di aiutare l’Italia, perché fattibile, imporrebbe che l’EFSF disponesse di una maggiore forza d’urto. Di qui il tentativo da parte degli europei in occasione del summit di Cannes di coinvolgere i paesi emergenti nell’ EFSF. Un tentativo fallito. L’ intuizione, però, era buona.

Quando non si vuole o non si può estinguere un incendio con l’estintore di casa, si chiamano i vigili del fuoco. Dato che l’area euro rifiuta un prestatore di ultima istanza, bisogna rivolgersi ad un istituto esterno, cioè al FMI. Solo questo dispone potenzialmente delle risorse necessarie per consentire all’Italia di evitare di dover rifinanziare il proprio debito sui mercati per uno, due o tre anni, e così mettere a disposizione una linea di credito di 600 miliardi di euro. Tuttavia, bisogna considerare il costo politico per l’Europa: i paesi emergenti chiedono quale contropartita un aumento del loro peso in termini di quota e diritti di voto. A Christine Lagarde la patata bollente.

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