La paralisi fiscale della Gran Bretagna

Redazione Money Premium

28 Giugno 2025 - 06:46

Nonostante la solida maggioranza laburista, il Regno Unito mostra segni di paralisi fiscale. Tra leadership insicura e debito crescente, la tempesta è solo rimandata.

La paralisi fiscale della Gran Bretagna

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella stabilità apparente del Regno Unito. Nonostante un governo laburista con una maggioranza parlamentare schiacciante e un’opposizione in frantumi, l’Inghilterra sembra politicamente incapace di affrontare una delle sue questioni più urgenti: il controllo della spesa pubblica.

L’attuale esecutivo guidato da Keir Starmer si trova nella posizione ideale per attuare riforme strutturali, eppure vacilla di fronte a ogni pressione morale, dalle pensioni agli stipendi pubblici fino ai sussidi familiari. Se nemmeno questo governo, che gode di una forza parlamentare eccezionale, riesce a resistere alla retorica compassionevole, quale potrà farlo?

Il problema non è solo britannico. Le democrazie occidentali, nel XXI secolo, hanno imparato tre lezioni amare: le invasioni militari sono una trappola, la crescita economica non spegne il populismo, e contenere la spesa pubblica è politicamente suicida. Emmanuel Macron ha assaggiato la furia delle piazze per un aumento delle tasse sul carburante e l’innalzamento dell’età pensionabile. Gerhard Schröder fu punito per le sue riforme. Theresa May fu annientata da una proposta sul costo dell’assistenza agli anziani.
Negli Stati Uniti, i due partiti principali sembrano aver firmato un patto implicito per ignorare il debito federale, lasciando il compito della responsabilità fiscale a sogni fantascientifici come Marte.

Il timore specifico per la Gran Bretagna nasce però da un fattore umano: la leadership di Keir Starmer. Lentezza decisionale, timore del giudizio pubblico, assenza di carisma. Per controllare la spesa, serve la capacità di assorbire l’odio. Starmer — e con lui la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves — sembrano troppo ansiosi di piacere per sostenere scelte impopolari.
In mancanza di un capitale politico personale, i leader a bassa carica carismatica tendono a compensare con politiche simboliche e costose, spesso con lo scopo recondito di “essere amati”. Il risultato? Una tendenza alla spesa eccessiva che rischia di compromettere la stabilità fiscale.

Nemmeno all’opposizione si intravede rigore. Il Partito Conservatore ha consolidato la sua identità come custode dei privilegi dei pensionati. Nel frattempo, Nigel Farage e Reform UK guadagnano consensi con una proposta statalista e confusa, ma perfettamente in sintonia con l’umore nazionale. Nessuna forza politica sembra capace o disposta a dire al paese la verità: il Regno Unito non può più permettersi il proprio modello di spesa.
È paradossale che, dopo due episodi recenti di panico sui mercati (tra cui il caso Truss-Kwarteng), gli investitori globali continuino a considerare la Gran Bretagna un porto sicuro grazie alla sua “solidità istituzionale”. Ma chi conosce da vicino quelle istituzioni sa quanto sia fragile quella reputazione.

Un evento di crisi — sanitaria, finanziaria o geopolitica — potrebbe rompere l’incantesimo. E solo allora, forse, la politica britannica sarà costretta a fare i conti con la realtà, come accadde nel Regno Unito degli anni ’80 o nei paesi mediterranei dopo la crisi del 2010.

La recente revisione di spesa di Reeves, con il suo linguaggio ormai usurato di “investimenti” e “livellamento territoriale”, ha l’odore del canto del cigno di un’intera visione della governance. Un modello costruito su promesse crescenti, sostenute da un debito sempre più costoso. Quando l’illusione cadrà, non saranno i politici a guidare il cambiamento, ma i mercati. E sarà brutale.