La battaglia per la Fed riguarda molto più dei tassi di interesse

Gillian Tett

30 Ottobre 2025 - 12:38

La sfida sull’indipendenza della Fed va oltre i tassi di interesse: tra QE, regolamentazione finanziaria e pressioni politiche, Trump e i suoi consiglieri puntano a ridefinire la missione della banca centrale.

La battaglia per la Fed riguarda molto più dei tassi di interesse

Quando Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, vuole inviare un messaggio ai mercati, di solito si rivolge a un programma televisivo economico o a un forum mediatico amico. Da qui la sua apparizione su Fox TV, chiedendo alla Federal Reserve di abbassare i tassi.

Ma ora, Bessent si è avventurato anche in un terreno inaspettatamente tecnico: la scorsa settimana una pubblicazione di nicchia chiamata *International Economy* ha pubblicato un lungo saggio scritto da lui questa primavera, in cui delinea la sua critica alla Fed. (Un riassunto è apparso anche sul Wall Street Journal).

Questo è sorprendente, dato che, in vista della riunione della prossima settimana della Fed, il presidente Donald Trump ha chiesto non solo tagli ai tassi, ma anche l’espulsione di Lisa Cook, membro del consiglio, per presunta frode. Ancora di più, poiché Jay Powell, presidente della Fed, sta lottando per proteggere l’indipendenza dell’istituzione e un tribunale ha bloccato i tentativi di estromettere Cook.

Ma ciò che è più notevole dell’attacco di Bessent è che non si concentra affatto sui tassi di interesse. Invece, accusa la Fed di aver confuso la propria missione, politicizzandosi nel modo in cui ha gestito la regolamentazione finanziaria e utilizzato il quantitative easing (QE).

Bessent è particolarmente duro con il QE, che a suo avviso ha “fondamenti teorici incerti e conseguenze economiche problematiche”, poiché distorce i mercati e aumenta la disuguaglianza dei redditi (gonfiando gli asset delle persone ricche). Per questo vuole che la Fed adotti un “mandato ristretto”, senza acquisti di asset, per “fornire migliori risultati economici e salvaguardare l’indipendenza della banca centrale”. E sottolinea che tale indipendenza “è fondamentale per il successo economico degli Stati Uniti”.

Bessent non è però solo. Kevin Warsh, uno dei principali candidati alla presidenza della Fed, ha espresso un messaggio simile in un discorso alla fine di aprile. Lo stesso ha fatto Stephen Miran, consigliere della Casa Bianca che (con molte polemiche) entrerà nel consiglio della Fed, in un saggio cofirmato. E anche Kevin Hassett, altro consigliere della Casa Bianca e candidato alla guida della Fed, aveva segnalato la sua opposizione al QE in una lettera aperta molti anni fa.

Esiste quindi una sorta di cerchia intorno a Trump che vuole restringere la missione della Fed. Le infinite pressioni per ridurre i tassi di interesse, in altre parole, sono solo una parte della storia.

Che cosa possiamo concludere da tutto ciò? In parte condivido alcune critiche. Sebbene il QE avesse senso durante la crisi finanziaria del 2008 (e nei primi mesi della pandemia del 2020), il suo uso eccessivo successivo ha distorto i mercati e avuto effetti economici contrastanti. Inoltre, chiedere una revisione della regolamentazione finanziaria e del ruolo della Fed non è folle, visto che l’attuale quadro è estremamente frammentato.

Ma detesto anche l’idea che la Casa Bianca cerchi di controllare la regolamentazione finanziaria, disapprovo gli attacchi vendicativi di Trump contro Powell e temo che l’assalto del presidente all’indipendenza della Fed possa distruggere la credibilità della politica monetaria.

Ci sono anche altre obiezioni a Bessent. Ad esempio, l’economista Paul Krugman, sostenitore del QE, detesta l’uso da parte del segretario al Tesoro dell’analogia del Covid definita “gain of function”, poiché legata alle teorie del complotto diffuse nella base Maga.

In ogni caso, con l’intensificarsi delle polemiche monetarie, ci sono almeno quattro domande per gli investitori. Una è se la proclamata fede di Bessent, Hassett, Warsh e Miran nell’indipendenza della Fed possa sopravvivere agli attacchi spregiudicati di Trump. Un’altra è se Bessent possa davvero fermare o ridurre gli acquisti di asset, dato che la Fed è stata un grande acquirente di Treasury bonds — e in futuro ne serviranno ancora di più. Più cresce il deficit USA, maggiore sarà la pressione per la dominanza fiscale (gestire la politica monetaria per amministrare il debito). In effetti, è già qui: recentemente Trump ha giustificato la sua richiesta di un taglio dei tassi di 3 punti percentuali dicendo che ciò avrebbe “fatto risparmiare 1.000 miliardi di dollari l’anno” in pagamenti di interessi.

Un’altra questione è come le opinioni di Bessent sugli acquisti di asset possano conciliarsi con i tassi. Se Warsh, per esempio, succedesse a Powell, potrebbe ridurre un po’ i tassi per compiacere Trump, ma contemporaneamente ridurre il bilancio per soddisfare i suoi istinti più rigidi. Scenario piuttosto probabile.

Infine, ci sono le conseguenze per le altre banche centrali. La Fed non è l’unica a dover affrontare accuse di “mission creep” e di eccessiva espansione — un dramma simile sta emergendo nella banca centrale della Nuova Zelanda, ad esempio.

Non aspettatevi che queste questioni emergano alla riunione della prossima settimana, però. Essa sarà dominata dalla discussione sui tassi. La mia ipotesi è che la Fed taglierà un po’, ma poi resterà ferma per osservare come le tariffe doganali influenzeranno (o meno) l’inflazione — soprattutto alla luce delle notizie di giovedì sull’aumento dei prezzi.

Il punto chiave è che questi drammi sui tassi di interesse non sono l’unico gioco in città: la battaglia sul bilancio e sulla missione della Fed conta altrettanto. E se il debito continuerà a esplodere, quella battaglia diventerà ancora più intensa. Preparatevi: la vera grande battaglia intorno alla Fed è appena iniziata.

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