Con la guerra in Iran e le tensioni in Medio Oriente, l’incertezza è aumentata ancora di più. Le previsioni sull’annuncio sui tassi USA da parte della Fed di Powell.
Il secondo Fed Day del 2026 è ormai qui: oggi, martedì 17 marzo 2026, prende il via la riunione del FOMC, il braccio di politica monetaria della Banca centrale americana, indetta per decidere quale direzione dare ai tassi USA.
Investitori e trader sono in allerta già da un po’, attenti a monitorare le previsioni che sono state snocciolate dai vari esperti dei mercati.
Previsioni non solo su quale sarà il verdetto sui tassi di domani, mercoledì 18 marzo 2026, ma anche e soprattutto su cosa dirà Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve ancora per poco, visto che il successore Kevin Warsh prenderà il suo posto alla metà di maggio (a meno che lo stallo al Senato per la conferma della sua nomina non vada avanti).
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Le previsioni stilate dagli analisti e dagli economisti puntano su tassi sui fed funds invariati per la seconda volta consecutiva al range compreso tra il 3,5% e il 3,75%, dopo il nulla di fatto della prima riunione del 2026.
Riguardo a quanto accadrà in futuro ai tassi USA, l’outlook si è fatto decisamente più confuso.
L’attacco lanciato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran il 28 febbraio scorso ha seminato infatti molti interrogativi su come potrebbero muoversi i tassi, e non solo USA, nei prossimi mesi.
La domanda che ossessiona la comunità finanziaria è se la Fed taglierà ancora i tassi, o se li lascerà invariati per ancora un bel po’ di tempo.
Il dubbio è stato espresso anche riguardo al futuro trend dei tassi dell’area euro decisi dalla BCE di Christine Lagarde, anche se in questo caso l’interrogativo è più hawkish, visto che i mercati prezzano già ben due rialzi dei tassi nel corso del 2026.
In generale, diverse sono le banche centrali a vagliare la situazione e pronte a tornare sui loro passi, sulla scia della paura per il riaccendersi dell’inflazione, a causa della fiammata dei prezzi del petrolio innescata dall’escalation delle tensioni in Medio Oriente.
Il timore è di una calo sostenuto e duraturo dell’offerta di petrolio a causa dell’interruzione del traffico di navi petroliere nello stretto di Hormuz, corridoio vitale per il commercio di crude oil.
Per quanto riguarda la Fed il CME FedWatch, indice che monitora il trend dei futures sui fed funds a 30 giorni, mostra come i mercati stiano ormai scommettendo su tassi fermi alla forchetta attuale fino all’ultima riunione del FOMC del 2026, in calendario il 9 dicembre.
Intanto, il fattore petrolio ha già portato una banca centrale a muoversi subito, portando i tassi al record in quasi un anno.
Powell alle prese con doppia angoscia: crescita PIL più debole e inflazione ancora troppo alta
Riferendosi alle nuove sfide per le banche centrali, e interpellato dall’Associated Press, Gregory Daco, capo economista di EY-Parthenon, ha ricordato che “è molto difficile gestire gli shock dell’offerta”, in quanto si tratta di fenomeni “che aumentano l’inflazione e che, al contempo, riducono la produzione”, ovvero deprimono l’economia.
La Fed, che fa già fronte a un’inflazione che rimane ostinatamente elevata - qualcosa che è emerso la scorsa settimana da un dato che è tra l’altro relativo al periodo precedente l’acuirsi del conflitto in Medio Oriente - rischia di trovarsi ancora di più in un vicolo cieco, visto il dilemma a cui fa fronte, che conferma la doppia angoscia, per ora, di Jerome Powell: una crescita del PIL che è stata rivista pesantemente al ribasso - e che ha fatto seguito a dati sul mercato del lavoro tutto fuorché rassicuranti - e un PCE core - tra l’altro il suo dato preferito - che si è confermato addirittura superiore alla soglia del 3%.
Previsioni tassi USA Goldman Sachs, gli analisti spostano le date previste per i tagli
La divisione di ricerca di Goldman Sachs ha già apportato aggiustamenti alle proprie previsioni sui tassi USA nel 2026, annunciando di aver spostato le date in cui prevede il ritorno dei tagli da parte della Fed.
Se fino a poco fa gli analisti avevano stimato ulteriori allentamenti monetari a giugno e a settembre, ora le previsioni sono di due sforbiciate a settembre e a dicembre, con l’outlook modificato proprio a causa dei rischi maggiori al rialzo per l’inflazione USA, legati al conflitto in Medio Oriente.
“Gli sviluppi più importanti dall’ultima riunione del FOMC sono stati l’inizio della guerra in Iran e il forte aumento dei prezzi del petrolio ”, si legge nel report di Goldman Sachs, che ha reso noto che, “di recente, abbiamo alzato la nostra previsione di inflazione headline PCE su base annua per dicembre 2026 di 0,8 punti percentuali, al 2,9%, e la previsione per il core PCE di 0,2 punti percentuali, al 2,4% ”.
Inflazione attesa più calda, dunque, negli Stati Uniti, anche se, “entro il mese di settembre, ci aspettiamo che un ulteriore indebolimento del mercato del lavoro e progressi da parte dell’inflazione sottostante rafforzeranno l’ipotesi di un taglio ” .
Il gigante di Wall Street ha precisato inoltre che “continuiamo a intravedere per il prossimo anno rischi rivolti verso il basso rispetto alla nostra previsione di un tasso terminale pari al 3-3,5% ”, aggiungendo che “le nostre previsioni ponderate per le probabilità su quanto farà la Fed rimangono più dovish rispetto al nostro scenario di base e a quanto prezza il mercato”.
Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione headline e core
Prendendo in considerazione il trend dei prezzi del petrolio, gli analisti di Goldman Sachs hanno alzato le stime sull'inflazione misurata dal PCE, sia headline che core (Fonte: Goldman Sachs Global Investment Research).
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Detto questo, lato inflazione, “sebbene le nostre previsioni sull’inflazione core che esclude gli effetti dei dazi siano di un tasso pari ad appena il 2,3%, non stimiamo più un ulteriore progresso nel corso di quest’anno, a causa dell’impatto dei costi energetici”.
Goldman Sachs ha avvertito inoltre di “individuare rischi al rialzo sia per l’inflazione headline che per quella core, nel caso in cui il commercio di petrolio e il suo transito nello Stretto di Hormuz dovessero restare fermi per un periodo di tempo più lungo, e nell’eventualità di ulteriori rialzi dei prezzi del petrolio ”.
Il titolo della preview di Goldman Sachs dice tutto: “ March FOMC Preview: Greater Risk in Both Directions ”, ovvero “Preview sul FOMC di marzo: rischi più alti in entrambe le direzioni”: dunque, sia per l’inflazione che per l’economia.
Oltre a rivedere al rialzo le previsioni sull’inflazione, Goldman Sachs ha di fatto tagliato le stime sulla crescita del PIL USA del quarto trimestre del 2026, di 0,3 punti percentuali, prevedendo un incremento pari a +2,2%.
E potrebbe non essere finita qui, in quanto “intravediamo un ulteriore rischio al ribasso nel caso in cui i prezzi del petrolio segnassero un ulteriore incremento o rimanessero alti per un periodo di tempo più lungo del nostro scenario di base, sebbene l’impatto”, hanno chiarito gli economisti, “sarebbe probabilmente mitigato da una risposta più robusta (dagli USA) sotto forma di investimenti in gas di scisto”.
Goldman ha rivisto al rialzo anche l’outlook sul livello massimo del tasso di disoccupazione nel corso del quarto trimestre di questo anno, con un upgrade di 0,1 punti percentuali al 4,6% atteso per il quarto trimestre del 2026.
La preview di Goldman Saschs ha preso atto del doppio motivo di ansia, o della doppia angoscia, di fatto, a cui fa fronte Jerome Powell e a cui molto probabilmente sarà costretto a a far fronte anche il suo successore Warsh: da un lato, un’inflazione ancora ostinata; dall’altro, un mercato del lavoro già in affanno che, per effetto della guerra in Iran e dello shock dei prezzi del petrolio, potrebbe peggiorare ulteriormente.
I 2 rischi: tagli Fed anticipati o ritardati. E c’è chi parla di rialzo tassi
La coesistenza di questi scenari fa sì che, “per la Fed, la guerra aumenti sia il rischio di tagli dei tassi che debbano essere anticipati a causa dell’indebolimento del mercato del lavoro, sia il rischio che i tagli debbano essere ritardati a causa di una inflazione più elevata” .
Ma il rischio che la Fed torni ad alzare i tassi?
Per ora, l’eventualità di una stretta monetaria non appare particolarmente gettonata, anche se la Presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack ha avvertito che, a suo avviso, nel caso in cui lo shock petrolifero facesse balzare l’inflazione, la prossima mossa della banca centrale potrebbe prendere la forma di un rialzo dei tassi.
Al momento, i mercati scommettono su un nulla di fatto sui tassi a seguito della riunione del FOMC di domani, 18 marzo 2026, con una probabilità pari al 99% e, successivamente, su tassi inchiodati ai livelli attuali, almeno fino al mese di settembre.
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