Pil USA cresciuto a tasso dimezzato rispetto a quanto annunciato in precedenza. Inflazione core più calda. Dilemma tassi Fed sotto gli occhi di tutti.
Brutte notizie dal fronte macroeconomico degli USA di Donald Trump, con la crescita del PIL del quarto trimestre del 2025 che è stata rivista al ribasso in modo notevole e l’inflazione core misurata dall’indice preferito dalla Fed, ovvero dal PCE core, che è balzata del 3,1% su base annua, come da attese, ma in accelerazione rispetto al +3% di dicembre.
Il trend su base annua del PCE core ha confermato il rialzo dell’inflazione, su base annua, più forte dal marzo del 2024.
Inflazione misurata dal PCE core balza del 3,1% a gennaio, al record in quasi due anni
Alert dal fronte macroeconomico USA. Inflazione core +3,1% a gennaio (prima dello shock del petrolio), ai massimi dal marzo del 2024 (Fonte Bloomberg)
Minaccia stagflazione ancora prima dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente
Su base mensile, l’inflazione misurata dal PCE core è salita dello 0,4%, in linea con le attese del consensus degli analisti.
Ma si tratta di una consolazione decisamente magra, così come è magra l’altra consolazione: quella di una inflazione headline misurata dal PCE che ha rallentato il passo, anche in questo caso come da attese, crescendo a gennaio al ritmo del 2,8%, rispetto al +2,9% di dicembre, e salendo su base mensile dello 0,3%. Nessun grande scossone: fatto sta che l’inflazione headline segna tuttora un ritmo di crescita, in modo ostinato, ben al di sopra dell’obiettivo di inflazione del 2% stabilito dalla Banca centrale USA.
I numeri appena resi noti sembrano avallare, nel complesso, il sospetto di un’economia, quella degli Stati Uniti, a rischio di stagflazione, ancora prima che le tensioni in Medio Oriente si acuissero dopo l’attacco degli USA e di Israele contro l’Iran, dello scorso 28 febbraio.
Il dato sul PIL si riferisce infatti agli ultimi tre mesi del 2025, mentre quello relativo all’inflazione riguarda il mese di gennaio.
Accelerano anche i salari, mentre la crescita del PIL USA è da zero virgola
A conferma della persistenza dell’inflazione USA, il trend dei salari, con quelli dei lavoratori privati saliti del 5% su base annua a gennaio, più del +4,8% di dicembre, e quelli dei dipendenti del governo federale aumentati del 2,3%, rispetto al +2,1% di dicembre.
Accanto a prezzi tuttora più che solidi, i numeri deprimenti che confermano per ora l’erosione della crescita del PIL USA, pari a +0,7% nell’ultimo trimestre del 2025, ritmo dimezzato rispetto a quel +1,4% annunciato con la pubblicazione del dato preliminare.
Tra i motivi, i trend delle spese al consumo (+2%, riviste al ribasso rispetto al +2,4% inizialmente annunciato) e, dunque, anche delle vendite (+0,4%, rispetto al +1,2% inizialmente annunciato).
Quando manca meno di una settimana all’annuncio sui tassi USA - in calendario mercoledì prossimo 18 marzo 2026, alle 19 ora italiana, dopo la riunione del FOMC della Fed - quello che emerge si può riassumere in poche parole: la Fed di Jerome Powell - pronto a passare il testimone, alla metà di maggio, al successore Kevin Warsh - ha due problemi, da prima dell’acuirsi delle tensioni geopolitiche.
Primo problema: una crescita del PIL inferiore addirittura al ritmo dell’1%, dunque un indebolimento dei fondamentali economici che si riflette anche nella maggiore propensione dei consumatori a risparmiare.
Basta pensare che, sempre oggi, si è appreso che il risparmio è salito ai livelli massimi dal luglio del 2025.
Aumenta il tasso di risparmio delle famiglie americane
Il tasso di risparmio delle famiglie americane sale al livello più alto dal mese di luglio. Notizia no per spese per consumi e vendite (Fonte Bloomberg).
Con l’inflazione, la Fed ha le mani legate? I mercati ora scommettono su un solo taglio a settembre 2026
Secondo problema: la Fed ha le mani legate sui tassi, visto che, con una inflazione ancora persistente, che rischia di infiammarsi ancora di più con i venti di guerra che soffiano sempre più forti, un allentamento della politica monetaria non appare certo, al momento, come la scelta più opportuna.
L’impressione è che la Federal Reserve non si trovi dunque affatto in una posizione tale da permettersi di rimanere tranquilla, contrariamente a quanto emerso dalle dichiarazioni rilasciate da Powell nella conferenza stampa successiva alla prima riunione dell’anno del FOMC.
Vale la pena di ricordare che, in quell’ultima riunione che risale allo scorso 28 gennaio 2026, la Fed ha annunciato di aver lasciato fermi i tassi sui fed funds, all’interno della forchetta compresa tra il 3,5% e il 3,75%, decidendo dunque a favore di una pausa, dopo i tre tagli dei tassi consecutivi che si erano susseguiti dal 17 settembre al 10 dicembre del 2025.
L’ansia per la direzione dei tassi USA è montata già qualche giorno fa, lo scorso 11 marzo, con la pubblicazione dell’altro parametro che misura il trend dell’inflazione, ovvero dell’indice dei prezzi al consumo. Il dato, pur in linea con le attese, ha confermato la crescita ostinata dei prezzi, al ritmo superiore a quanto auspicato dalla Fed.
Sulla scia dell’impennata dei prezzi del petrolio e dunque del timone di una accelerazione dell’inflazione USA, i mercati e gli analisti hanno già ridotto le loro aspettative sull’arrivo di nuovi tagli dei tassi.
Ora, in particolare, i mercati prezzano un solo taglio dei tassi da parte della Fed, quest’anno, tra l’altro ancora più in là, al termine della riunione del FOMC di settembre.
Dal rapporto con cui è stato reso noto il trend del PCE core, è emerso infine - a conferma dei dubbi sulla solidità del PIL USA - che i redditi personali sono aumentati dello 0,4% su base mensile nel mese di gennaio, meglio del +0,3% di dicembre ma al di sotto del +0,5% di dicembre.
Meglio le spese per consumi, avanzate su base mensile dello 0,4%, meglio del +0,3% previsto dal consensus e allo stesso ritmo di dicembre. Ma occhio anche all’altro dato macro diffuso recentemente, che avrà sicuramente preoccupato, anch’esso, la Banca centrale americana.
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