Pubblicato il dato relativo all’inflazione, monitorato in primis dalla Fed di Jerome Powell. Che succederà ai tassi USA la prossima settimana?
È stato pubblicato oggi, mercoledì 11 marzo 2026, il grande market mover di questa settimana, ovvero il dato relativo all’inflazione degli Stati Uniti misurato dall’indice dei prezzi al consumo.
Si tratta di un dato macro attentamente monitorato dai mercati, in quanto capace di dare indicazione sulla direzione futura dei tassi decisa dalla Federal Reserve. Fed il cui braccio di politica monetaria FOMC tornerà a riunirsi la prossima settimana, esattamente i prossimi 17-18 marzo 2026, per sfornare l’attesissimo annuncio sui tassi sui fed funds alle 19 ora italiana di mercoledì 18 marzo.
Veniamo al messaggio che è arrivato oggi dal fronte macroeconomico USA. L’indice CPI relativo al mese di febbraio è avanzato su base annua del 2,4%, in linea con le attese e allo stesso ritmo di gennaio.
Su base mensile, il trend del CPI headline è stato pari a un rialzo pari a +0,3%, rispetto all’aumento dello 0,3% stimato, in lieve aumento rispetto al +0,2% precedente.
Grande attenzione alla componente core, ovvero all’inflazione depurata dai prezzi dei beni energetici e dei beni alimentari, avanzata su base annua del 2,5%, anche in questo caso in linea con le attese, rispetto al +2,5% previsto dal consensus e al +2,5% precedente.
In linea con le stime anche il trend su base mensile dell’inflazione core, pari a un rialzo dello 0,2%, in lieve riduzione rispetto al +0,3% precedente.
Cosa farà a questo punto la Fed, ancora nelle mani del Presidente Jerome Powell?
Va ricordato che l’ultimo verdetto sui tassi della Federal Reserve risale a mercoledì 28 gennaio 2026 quando, al termine della riunione del FOMC, la Banca centrale americana guidata dal Presidente Jerome Powell ha annunciato di aver lasciato fermi i tassi sui fed funds, all’interno della forchetta compresa tra il 3,5% e il 3,75%.
Powell ha optato così per una pausa, dopo tre tagli dei tassi consecutivi che si sono susseguiti dal 17 settembre al 10 dicembre del 2025. La decisione è stata presa in quanto le condizioni del mercato del lavoro degli Stati Uniti e il trend dei prezzi sono state tali da avallare il nulla di fatto da parte di Jerome Powell, obbligato dal suo ruolo di Presidente della Banca centrale americana a seguire i dettami del doppio mandato: garantire la stabilità dei prezzi e la massima occupazione.
I tagli dei tassi precedentemente varati da Powell erano stati giustificati con l’erosione del mercato del lavoro degli Stati Uniti. Powell ha ritenuto poi che questa minaccia fosse stata smorzata tanto da affermare nella prima riunione del FOMC di fine gennaio che “i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per l’occupazione si sono attenuati ” e che “le aspettative di inflazione, comunicate sia dai sondaggi che dai mercati, sono scese in modo significativo ”: fattore, ha precisato il numero uno della Fed, che rappresenta “ un segnale molto rassicurante ”, e che ha consentito alla Fed di rimanere con le mani in mano.
Peccato che lo shock dei prezzi del petrolio, che si sono infiammati in pochi giorni fino a sfiorare la soglia di 120 dollari al barile a abbia riportato sulla scrivania di Powell e su altri banchieri centrali il dossier di una inflazione che potrebbe tornare a scottare. Gli analisti, nel prevedere le prossime mosse della Fed ma anche della BCE hanno lanciato subito l’attenti sul rischio di una inflazione più calda un po’ ovunque, iniziando a ragionare sulla possibilità di un rialzo dei tassi di interesse da parte delle istituzioni.
La buona notizia arrivata con la pubblicazione del dato sull’inflazione USA è che la crescita del CPI non ha sforato le aspettative del consensus. La brutta - e persistente - notizia è che l’inflazione rimane a livelli ancora superiori al target fissato dalla Fed che, come nel caso della BCE, è pari al 2%. Nella nota recente Shock energetico, torna lo spettro della stagflazione? Luca Simoncelli, Investment Strategist di Invesco ha affrontato il dilemma che le banche centrali di tutto il mondo fronteggiano ora con la guerra in Iran: quello, in caso di rialzi sostenuti nel tempo dei prezzi energetici - i prezzi del petrolio si sono prima impennati, poi sono crollati ma oggi tornano a salire - di assistere a un’inflazione più elevata accompagnata dall’erosione dei fondamentali economici. Nel caso della Fed, Simoncelli ha confermato la view di tassi USA ancora in discesa, ammettendo tuttavia la maggiore incertezza sul concretizzarsi di questo scenario, laddove ha scritto che “le aspettative sulle prossime mosse delle banche centrali vengono riviste”, aggiungendo che “queste aspettative sono esse stesse molto volatili in questa fase, ma la probabilità di vedere due tagli ai tassi da parte della FED quest’anno diminuisce e l’eventuale taglio si sposta in avanti”.
Il problema del dato relativo all’inflazione USA appena pubblicato è che si riferisce a un mese, febbraio per l’appunto, in cui la guerra non era ancora esplosa (l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è avvenuto sabato 28 febbraio 2026). Detto questo, a favore dei tagli dei tassi è stato sicuramente il report occupazionale USA pubblicato pochi giorni, ovvero dei Non Farm Payrolls, che sono scesi a sorpresa. In ogni caso, l’impatto dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente c’è già stato nelle aspettative dei mercati: che ora prevedono che la Fed tornerà a tagliare i tassi di intesse non a luglio, ma a settembre. Quando già da un bel po’, subentrato al Presidente Jerome Powell che si dimetterà alla scadenza del suo mandato prevista per la metà di maggio, la Fed sarà capitanata da nuovo timoniere Warsh. Ma anche Warsh, molto probabilmente, dovrà aspettare prima di far felice il Presidente americano Donald Trump - che lo ha nominato - mentre ci si chiede se per caso anche lui finirà per essere attaccato dal Presidente americano per il modo in cui gestirà la politica monetaria. D’altronde, anche Jerome Powell è stato nominato da Trump.
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