Confronto tra lo «zaino» austriaco e il Tfr italiano: così le aziende investono per aumentare le pensioni future dei lavoratori.
Che in Italia esista un problema legato alla sostenibilità del sistema previdenziale e assistenziale è cosa nota. Il nodo principale riguarda il finanziamento del sistema pubblico, sostenuto in larga parte dai contributi versati da lavoratori e datori di lavoro.
Si tratta di un sistema a ripartizione: una sorta di “patto tra generazioni” in cui i contributi versati oggi da chi lavora vengono utilizzati per pagare le pensioni. A questo si aggiunge un altro tema, spesso al centro del dibattito pubblico: nel nostro Paese la spesa previdenziale viene letta insieme a quella assistenziale, rendendo più difficile distinguere con precisione ciò che è finanziato dai contributi da ciò che, invece, dovrebbe gravare sulla fiscalità generale.
Non esiste, dunque, un fondo individuale in cui i contributi obbligatori versati per ciascun lavoratore vengono accantonati e investiti per finanziare la sua pensione futura, dal momento che le entrate contributive alimentano un flusso continuo che serve a sostenere le prestazioni correnti.
È facile intuire dove si trovi il punto debole di questo schema. Se la nuova generazione di lavoratori finanzia quella precedente, il sistema regge finché il rapporto tra chi versa contributi e chi riceve una pensione resta in equilibrio. Quando però aumentano i pensionati, e magari nel frattempo si riducono anche le nascite, il rischio è che la spesa previdenziale e assistenziale cresca più rapidamente delle entrate.
È anche per questo che negli ultimi anni le riforme previdenziali hanno progressivamente allungato l’età pensionabile e introdotto meccanismi di adeguamento alla speranza di vita, con l’obiettivo di contenere la spesa e garantire la tenuta dei conti pubblici. D’altra parte l’effetto per i lavoratori è evidente: pensioni sempre più lontane e, per molti giovani, assegni futuri più bassi rispetto alle ultime retribuzioni percepite.
La risposta alternativa al sistema a ripartizione è il sistema a capitalizzazione. In questo caso le risorse non vengono immediatamente utilizzate per pagare le pensioni correnti, ma accantonate e investite così da generare un rendimento nel tempo. In altre parole, i contributi versati durante la vita lavorativa servono a costruire una posizione individuale destinata a finanziare la pensione futura dello stesso lavoratore.
In Italia questo meccanismo esiste già, ma soprattutto nell’ambito della previdenza complementare. Diverso è il caso di altri Paesi europei, dove accanto al sistema pubblico sono stati introdotti strumenti obbligatori o semi-obbligatori che rafforzano il legame tra accantonamento individuale e pensione futura.
Un esempio spesso citato è quello dell’Austria. Per quanto anche il sistema pensionistico pubblico austriaco resti, come il nostro, fondato prevalentemente sulla ripartizione, qui è presente uno strumento innovativo conosciuto come “zaino austriaco”: un fondo individuale alimentato dalle aziende che accompagna il lavoratore in caso di licenziamento, cambio di azienda o pensionamento.
Ed è proprio su questo terreno che l’Austria offre uno spunto interessante anche per l’Italia.
Come funziona lo zaino austriaco?
Il cosiddetto zaino austriaco funziona secondo una logica a capitalizzazione: le somme versate, infatti, vengono accantonate su una posizione individuale intestata al lavoratore e investite nel tempo.
Il meccanismo è semplice: ogni mese il datore di lavoro versa una quota della retribuzione lorda - pari all’1,53% - del dipendente in un fondo dedicato, gestito da un istituto finanziario autorizzato. Quel denaro entra in un fondo personale che accompagna il lavoratore per tutta la carriera, anche in caso di cambio di azienda.
Da qui il termine “zaino”, il quale è nato soprattutto come strumento per gestire le indennità in caso di licenziamento o cessazione del rapporto di lavoro.
Tuttavia, laddove le somme non vengano utilizzate prima, possono diventare anche una risorsa utile al momento della pensione, sotto forma di capitale o di rendita. In questo senso il modello austriaco non sostituisce la pensione pubblica, che resta fondata prevalentemente sulla ripartizione, ma la affianca con un meccanismo individuale a capitalizzazione che aiuta a garantire al lavoratore una maggiore tutela futura tanto in ambito assistenziale quanto previdenziale.
Quanto è differente dal nostro Tfr?
Va detto che lo zaino austriaco non è poi così lontano dal nostro Tfr. In entrambi i casi, infatti, una parte del costo del lavoro viene accantonata nel tempo e resta collegata al singolo lavoratore: l’importo matura progressivamente per poi essere utilizzato in un momento successivo, di solito alla cessazione del rapporto di lavoro.
C’è poi un’altra somiglianza importante: anche in Italia il Tfr può assumere una funzione previdenziale, visto che il lavoratore può scegliere di lasciarlo in azienda, nei limiti previsti dalla legge, oppure destinarlo a un fondo pensione. In quest’ultimo caso il Tfr entra in un meccanismo di capitalizzazione, viene investito e può contribuire alla costruzione di una pensione complementare.
Da questo punto di vista, lo zaino austriaco ricorda proprio il Tfr conferito alla previdenza complementare: le somme vengono accantonate, investite e seguono il lavoratore nel tempo. La differenza è che in Austria questo meccanismo è strutturale e automatico, mentre in Italia dipende ancora dalla scelta del lavoratore sulla destinazione del Tfr.
Diverso è il caso in cui il Tfr resti in azienda. In questa ipotesi, infatti, non segue davvero il lavoratore poiché con il cambio di datore di lavoro viene liquidato quanto maturato fino a quel momento. Chi ha carriere discontinue, quindi, fatica a costruire un tesoretto realmente utile nel lungo periodo. In Austria, invece, la logica è diversa: il fondo resta comunque intestato al lavoratore e lo accompagna nel corso della carriera.
Va detto che le ultime novità introdotte a luglio, con il meccanismo del silenzio-assenso che destina automaticamente il trattamento di fine rapporto a un fondo pensione in assenza di una scelta esplicita diversa, sembrano andare proprio in questa direzione. Siamo però ancora lontani da un modello pienamente obbligatorio, aspetto che in Austria sta funzionando e dal quale, probabilmente, anche l’Italia avrebbe qualcosa da imparare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA