Da luglio entra in vigore la riforma della previdenza complementare: nuove regole per i fondi pensione, Ma Brambilla avverte su un grave errore sulle rendite.
Entrerà in vigore da luglio la riforma della previdenza complementare, probabilmente uno dei provvedimenti più importanti tra quelli adottati dal governo Meloni sul fronte delle pensioni.
La manovra ha infatti introdotto una serie di misure con l’obiettivo di rafforzare il secondo pilastro previdenziale, incentivando l’adesione ai fondi pensione e rendendo più flessibile l’utilizzo delle somme accumulate. Si va dal nuovo meccanismo di adesione per i lavoratori assunti a partire dal 1° luglio fino alle modifiche sulle prestazioni finali, con una maggiore possibilità di liquidazione in capitale e nuove modalità di erogazione della rendita.
Un intervento che nasce in un contesto ormai noto: il sistema pensionistico pubblico è sottoposto a una pressione crescente con un progressivo ridimensionamento del rapporto tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico (a svantaggio di quest’ultimo). Da qui la scelta di puntare con maggiore decisione sulla previdenza complementare, chiamata a svolgere un ruolo sempre più centrale per garantire ai lavoratori un reddito adeguato anche dopo l’uscita dal lavoro.
Della riforma ha parlato anche Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali e da anni tra le voci più ascoltate nel dibattito sulle pensioni, nel corso del Salone del Risparmio di Milano. Brambilla ha evidenziato i punti di forza dell’intervento, a partire dalla maggiore flessibilità riconosciuta agli iscritti, ma ha anche richiamato l’attenzione su un passaggio particolarmente delicato del testo.
Il problema riguarda le nuove modalità di erogazione della rendita. La riforma, infatti, introduce strumenti pensati per superare alcuni limiti della rendita vitalizia tradizionale, ma nella formulazione attuale rischia di lasciare aperta una possibilità pericolosa: quella di esaurire il capitale accumulato in un periodo troppo breve, snaturando così la funzione stessa della previdenza complementare. Un errore che, secondo Brambilla, andrebbe corretto al più presto.
Riforma previdenza, le novità dall’1 luglio
La riforma della previdenza complementare diventerà operativa a partire dal 1° luglio 2026 e porterà con sé diverse novità per i lavoratori, in particolare per i neoassunti del settore privato.
Il primo cambiamento riguarda l’adesione ai fondi pensione. Per i lavoratori assunti dal 1° luglio che non hanno già una posizione di previdenza complementare attiva, scatterà infatti un meccanismo di iscrizione automatica al fondo negoziale previsto dal contratto collettivo applicato in azienda, con la possibilità di cambiare idea entro 60 giorni dall’assunzione, scegliendo di mantenere il Tfr in azienda oppure di aderire a un’altra forma pensionistica complementare.
Cambia anche la logica di investimento delle somme conferite automaticamente, in quanto la riforma supera l’impostazione tradizionale dei comparti garantiti e introduce un modello più coerente con l’età del lavoratore e con gli anni che lo separano dalla pensione. Per i più giovani, quindi, l’investimento potrà essere orientato verso comparti più dinamici, con maggiore componente azionaria, mentre con l’avvicinarsi dell’età pensionabile la gestione diventerà progressivamente più prudente, così da proteggere il capitale accumulato.
L’intervento non si limita però alla fase di adesione. Da gennaio 2026 è stato infatti innalzato il limite massimo di deducibilità fiscale dei contributi versati alla previdenza complementare, salito a a 5.300 euro annui.
Tra le novità più importanti c’è poi la maggiore flessibilità nella fase di pensionamento. La quota liquidabile in capitale passa dal 50% al 60% del montante accumulato, mentre per la parte restante vengono previste nuove modalità di erogazione, accanto alla rendita vitalizia tradizionale. È proprio su questo punto, tuttavia, che si concentra il nodo critico segnalato da Alberto Brambilla: la riforma apre a strumenti più flessibili, ma deve evitare che il capitale venga consumato troppo rapidamente, facendo perdere alla previdenza complementare la sua funzione principale.
Riforma previdenza con un grave errore. Il commento di Brambilla
Il giudizio complessivo di Alberto Brambilla sull’intervento è positivo, soprattutto per quanto riguarda il tentativo di rendere i fondi pensione più flessibili e più vicini alle esigenze dei lavoratori. C’è però un punto che secondo lui rischia di trasformarsi in un grave errore se non verrà corretto in tempo.
Il nodo riguarda le nuove modalità di erogazione della rendita. La riforma, infatti, non si limita ad aumentare dal 50% al 60% la quota di montante che può essere riscattata in capitale, ma introduce anche un sistema più flessibile per la parte restante, con l’obiettivo di superare uno dei principali limiti della rendita vitalizia tradizionale che obbliga di fatto il lavoratore a cedere il capitale a una compagnia assicurativa in cambio di un pagamento periodico.
Secondo Brambilla, il nuovo modello ha il merito di lasciare il patrimonio nella disponibilità dell’iscritto, consentendo al fondo pensione di continuare a gestirlo e di erogarlo progressivamente nel tempo. In questo modo si rafforza anche la tutela degli eredi, perché in caso di decesso anticipato la parte residua del capitale non viene persa, ma può essere trasferita ai beneficiari indicati.
Il problema, però, sta nella formulazione della norma. Il testo fa riferimento a un’erogazione legata all’aspettativa di vita, ma comunque per un periodo non inferiore a 5 anni. Ed è proprio questo passaggio a preoccupare Brambilla: se interpretato come possibilità di concentrare l’erogazione in soli 5 anni, il rischio è che molti iscritti scelgano di esaurire rapidamente tutto il capitale accumulato.
In questo caso la previdenza complementare perderebbe la propria funzione principale, dal momento che cesserebbe di essere uno strumento pensato per integrare stabilmente la pensione pubblica lungo tutta la vecchiaia, ma diventerebbe una sorta di “liquidazione accelerata”, fiscalmente agevolata, da consumare nei primi anni dopo l’uscita dal lavoro.
Per questo Brambilla propone di eliminare il riferimento al periodo minimo di 5 anni, così da collegare l’erogazione della rendita all’intera aspettativa di vita dell’iscritto, garantendo un sostegno duraturo alla pensione e non limitato ai primi anni dall’uscita del mercato del lavoro.
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