Sull’esempio della ZES di Shenzhen, un possibile new deal targato «ZES-Lab» in Italia

Così un «New Deal Italia» targato ZES (anche nell’accezione «Lab») non è solo possibile, bensì veramente auspicabile.

Sull'esempio della ZES di Shenzhen, un possibile new deal targato «ZES-Lab» in Italia

Articolo di Maurizio D’Amico - Il discorso pronunciato dal Presidente Xi Jinping in occasione dell’anniversario della creazione della ZES di Shenzhen, nel quarantennale della sua istituzione, contiene idee condivisibili, nonché oggettivamente replicabili in altri Paesi del mondo, che siano in grado di accogliere un analogo concetto di sviluppo moderno e innovativo.

Si tratta di argomentazioni da cui si evince un approccio funzionale alle zone economiche speciali serio, avanzato, strategicamente inquadrato in un chiaro programma nazionale di sviluppo di medio/lungo periodo, e, soprattutto, concettualmente recettivo dell’idea di utilizzo di tali strumenti come incubazione istituzionale business-oriented.

Rispetto alla best practice del modello Shenzhen ed in generale delle altre specifiche declinazioni della macrocategoria di ZES attuate in Cina, l’esperienza sinora realizzata del modello di ZES italiano si pone su un piano diametralmente opposto.

Bisogna superare gli attuali evidenti limiti del quadro normativo vigente in Italia sulle Zone Economiche Speciali e sulle similari Zone Logistiche Semplificate, per consentire l’abbandono dell’unica sicura accezione attualmente ad essi ascrivibile ad oltre tre anni dal varo della normativa di riferimento: vale a dire quella di veri e propri «simulacri» di strumenti di accelerazione dello sviluppo economico e sociale.

Merita di essere evidenziato che le strategie imperniate sulla replica e sull’adattamento di best practices adottate all’interno delle «zone franche d’eccezione», soprattutto se zone economiche speciali o strumenti similari, sono suggerite dall’UNCTAD tra i fattori da inserire in qualsiasi programma governativo diretto ad accelerare la ripresa del settore economico e produttivo nella fase post COVID-19.

Pertanto l’individuazione di nuove strategie di crescita economica e sociale in questa drammatica epoca pandemica, dovrebbe necessariamente esplicitarsi anche attraverso le ZES, che potrebbero assurgere ad un vero e proprio paradigma innovativo di sviluppo in cui, nell’ottica di soddisfare l’esigenza di un nuovo modo di concepire il rapporto della business community con la società civile, si dia finalmente inizio all’era delle riforme.

Le ZES dovrebbero consistere anche in «Laboratori istituzionali di politiche innovative», in cui i nuovi approcci economici orientati all’ambiente e all’etica aziendale hanno il loro ruolo, e che possono costituire il luogo designato in cui sperimentare nuove soluzioni in grado di comporre esigenze ed interessi essenzialmente e geneticamente divergenti, e, in sintesi, diventare gli ambiti ideali per realizzare la concertazione effettiva tra la politica ed il mercato.

Qualsiasi piano governativo di sviluppo economico e sociale basato sul varo di riforme a medio e lungo termine all’interno del Paese, potrebbe ben conciliarsi con il regime tipico delle ZES (in cui assiomaticamente le attività industriali sono regolate da leggi economiche più liberali, rispetto a quelle applicate nel territorio circostante), così da consentire ai provvedimenti legislativi di trovare applicazione in un ambito assimilabile a un c.d. «laboratorio territoriale sperimentale» di politiche pilota.

Di fronte all’oggettiva emersione dei limiti e delle inefficienze dell’attuale sistema economico, l’approccio funzionale declinato attraverso le «ZES-Lab», consentirebbe l’opportunità di rimodulazioni finalizzate a favorire dinamiche di crescita che mettano il più possibile al centro l’uomo.

Altresì tale nuova concezione potrebbe fungere da contenitore di un programma strategico per il decollo nel nostro Paese della c.d. “Orange Economy“, per garantire la crescita sostenibile attraverso l’innovazione, la creatività, la cultura, e quindi, uno sviluppo che, dopo gli ultimi oltre duecento anni in cui ancora è essenzialmente impostato sui rigidi criteri del razionalismo illuministico, dia finalmente spazio a criteri che favoriscano il conseguimento di obiettivi contenuti nell’Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030.

Tra le 55 voci di «Progettiamo il Rilancio», il piano presentato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in occasione degli Stati Generali dello scorso mese di giugno, è previsto anche il rafforzamento dell’attrattività delle zone economiche speciali.

Ebbene, si dia corso il più presto possibile all’attuazione di tale potenziamento, ma cogliendo altresì l’occasione per utilizzare questi notori eccezionali strumenti di accelerazione dello sviluppo, preferibilmente anche come tools di incubazione istituzionale per la velocizzazione del varo di riforme strategicamente essenziali per la crescita del Paese.

Nell’ottobre del 1980 attraverso la ZES di Shenzhen, e di altre ZES nella Cina Meridionale sulla base del modello sperimentato nella prima «zona franca industriale di esportazione» realizzata al mondo, la Shannon Free Zone creata nel 1959, il Governo di Pechino alimentò la riforma economica e commerciale della c.d. «politica della porta aperta» lanciata da Deng Xiao Ping, iniziando un’«apertura» del paese ad una crescita che, pur dopo un’inevitabile frenata a causa del COVID-19, sembra tuttora inarrestabile.

Magari anche in Italia, sulla base delle numerose sollecitazioni emergenti a causa della pandemia, si potrebbe ipotizzare un’«apertura» concreta all’era della crescita e delle riforme strutturali del Paese, nonché del rafforzamento e della difesa dell’economia nazionale.

L’archetipo di un vero modello di sviluppo del nostro Paese attraverso l’attuazione di riforme troppe volte proclamate e mai attuate, potrebbe trovare finalmente l’esordio proprio in nuovo modo di concepire le ZES, che da strumenti esclusivamente perimetrati concettualmente in un ambito logistico e marittimo, potrebbero divenire anche istituti di sperimentazione di politiche innovative, per liberare il Paese da tutte quelle zavorre (primo fra tutti il macigno della burocrazia) che ne rallentano, ora più che mai, il rilancio.

Inoltre un approccio funzionale alle ZES, declinato attraverso una regia governativa centrale, può contribuire alla «Salvaguardia» dell’intero patrimonio produttivo nazionale che, soprattutto in relazione ad un orizzonte economico incerto e alle complicate dinamiche di attuazione concreta del Recovery Fund, potrebbe essere in pericolo anche per possibili rischi di speculazioni internazionali.

Una strategia di rilancio nazionale imperniata su strumenti di accelerazione dello sviluppo ha un precedente storico da non sottovalutare, perché potrebbe avere molte similitudini con quello attuale. Non è un caso, infatti, che per «accelerare e incoraggiare il commercio estero» negli Stati Uniti, furono varate proprio le Foreign Trade Zones nel 1934, al fine di mitigare gli effetti distruttivi dello Smoot- Hawley Tariffs Act del 1930, che aveva ancor più aggravato la crisi susseguente al crollo di Wall Street del 1929, determinando il più famoso miracolo economico della storia economica che va sotto il nome di New Deal.
Esistono le condizioni per una replica, attualizzata, di tale importante precedente.

Allora un «New Deal Italia» targato ZES (anche nell’accezione «Lab»), non è solo possibile, bensì veramente auspicabile.

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Cina Italia

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