Negli ultimi anni la Cina ha intensificato riforme e investimenti per rafforzare il proprio settore agroalimentare. Complici i cambiamenti climatici, l’aumento di fenomeni atmosferici estremi e l’intensificarsi delle tensioni internazionali, con tanto di guerre e blocchi commerciali, Pechino si è mossa in anticipo per assicurarsi le quantità necessarie di prodotti fondamentali per il sostentamento quotidiano della sua popolazione (non solo umana).
Lo ha fatto seguendo tre direttrici parallele: la diversificazione delle relazioni economiche con più Paesi, in modo tale da avere a disposizione un ventaglio di fornitori ai quali rivolgersi; il miglioramento dell’agroalimentare a livello nazionale, tanto in termini di efficienza e resa, quanto a livello di innovazioni utilizzate; l’aprirsi ad attori stranieri, compresi quelli italiani.
Lo si è visto benissimo in occasione dell’ultima China International Import Expo (CIIE) a Shanghai, dove numerosi attori italiani erano in prima fila per ritagliarsi importanti spazi operativi nell’agri-food d’oltre Muraglia.
L’agri-food italiano punta sulla Cina
L’agricoltura è del resto un pilastro industriale dell’Italia, un Paese che utilizza il 56% del suo territorio per questo settore e che ospita circa 1,6 milioni di aziende agricole, molte delle quali impegnate a realizzare prodotti apprezzati in tutto il mondo per la loro qualità e artigianalità.
“L’expo ci consente di presentare la ’qualità italiana’ direttamente ai clienti e ai distributori cinesi, in modo che il sapore italiano raggiunga più case”, ha per esempio dichiarato all’agenzia cinese Xinhua Ambrogio Invernizzi, presidente dell’azienda produttrice di prodotti lattiero-caseari Inalpi.
Dal Nord Italia, non a caso, l’azienda presenterà latte in polvere, burro, formaggi e ingredienti lattiero-caseari per uso industriale alla sua seconda partecipazione al CIIE. Invernizzi l’ha descritta come un’opportunità per approfondire la cooperazione con i principali gruppi lattiero-caseari e della vendita al dettaglio cinesi, esplorando al contempo lo sviluppo di prodotti localizzati.
Nel contesto di complesse incertezze commerciali globali, gli imprenditori italiani vedono dunque il CIIE come una piattaforma stabilizzante per il dialogo e la cooperazione.
Italgel, azienda leader nella produzione di gelatina e collagene idrolizzato, ha per la prima volta esposto all’evento di Shanghai. “È un’opportunità unica per imparare e adattarsi al mercato cinese. L’interesse sta crescendo e a breve si assisterà a una maggiore cooperazione”, ha spiegato il direttore qualità dell’azienda Andrea Martinengo.
Un altro esempio? Anche la società biotecnologica Sacco System, con 150 anni di esperienza nella ricerca sui probiotici, ha debuttato al CIIE. Viola Verga, membro del consiglio di amministrazione, ha affermato che l’azienda mira a integrare le proprie competenze in ricerca e sviluppo con il mercato cinese in espansione degli alimenti sani e naturali.
Un mercato ricco di opportunità
Ma perché puntare sulla Cina? Non solo per ragioni economiche, per la grandezza del suo mercato e per le opportunità che possono emergere collaborando con aziende locali. Ma anche perché Pechino considera il settore agricolo un pilastro fondamentale ai fini della propria sicurezza nazionale.
Si può quindi esser certi che il Dragone tratterà l’intero campo con i guanti di velluto, come dimostra la Legge sulla Sicurezza Alimentare in vigore dal giugno 2024, dando valore politico e strategico all’intero comparto.
In estrema sintesi, questa legge promuove l’agricoltura innovativa, di precisione e sostenibile, oltre che il recupero delle terre arabili. Chiunque saprà inserirsi qui dentro troverà dunque un piccolo Eden.
Non solo: nel 2024 la Cina ha importato prodotti agricoli e agroalimentari per un valore di 188 miliardi di euro. Questa cifra impressionante riflette una realtà strutturale: nonostante il desiderio di procedere verso l’autosufficienza, il gigante asiatico deve fare affidamento sulle importazioni per nutrire i suoi 1,4 miliardi di cittadini.
Il 25% delle sue importazioni proviene dal Brasile, principale fornitore di soia e carne, il 12% dagli Stati Uniti e l’8% dall’Unione Europea. Ecco perché nuove partnership con attori rilevanti (italiani e non solo) sono ben accetti.