La chiusura dello Stretto di Hormuz blocca i fertilizzanti nel Golfo. La semina 2026 è a rischio. E il tempo stringe.
A tre settimane dall’attacco all’Iran, la catena globale del cibo comincia a scricchiolare in modi che pochi avevano previsto con questa velocità. La crisi energetica nata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz si sta trasformando, in silenzio, in una crisi agricola.
Lo Stretto di Hormuz è largo 33 chilometri nel suo punto più angusto. Attraverso quel corridoio passa il 20% dell’energia mondiale, ma anche — dato meno noto — oltre il 30% delle esportazioni globali di fertilizzanti azotati. Finché le navi scorrevano, non era un problema. Ora però il mondo si accorge di quanto sottile fosse quel filo. Il problema specifico dei fertilizzanti è che non esistono rotte alternative. Per l’ammoniaca, per l’urea, per lo zolfo (sottoprodotto essenziale per i fertilizzanti fosfatici) non esiste nulla di equivalente. Quasi un milione di tonnellate di fertilizzanti sono fisicamente bloccate nei porti del Golfo e i principali produttori hanno dichiarato la forza maggiore sui contratti per non incorrere in vertenze contrattuali con i clienti.
Il mercato naturalmente ha reagito e all’hub di importazione americano di New Orleans (il porto attraverso cui entra la maggior parte degli approvvigionamenti esteri di fertilizzanti degli Stati Uniti) il prezzo dell’urea è salito del 32% in una sola settimana, superando i 680 dollari per tonnellata. Dal 15 dicembre al 9 marzo, i prezzi dell’urea sono complessivamente aumentati del 77%.
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