Il governo indonesiano ha deciso di cambiare in profondità il controllo sulle esportazioni delle sue principali materie prime. Il presidente Prabowo Subianto ha annunciato che le esportazioni di carbone termico, olio di palma e ferroleghe dovranno passare attraverso una società statale, Danantara Sumberdaya Indonesia, controllata dal fondo sovrano Danantara. L’obiettivo dichiarato è aumentare le entrate pubbliche, ridurre la sottofatturazione, controllare meglio i prezzi di vendita e trattenere nel Paese una quota maggiore del valore generato dalle risorse naturali.
La misura dovrebbe partire con una fase di transizione dal primo giugno. In questa prima fase gli esportatori dovranno comunicare volumi, valori e prezzi delle merci esportate. Solo in un secondo momento, quando il nuovo organismo sarà operativo, Danantara Sumberdaya dovrebbe assumere un ruolo più diretto su contratti, spedizioni e pagamenti. Il governo ha parlato di un periodo iniziale di tre mesi, eventualmente prorogabile, ma molti dettagli restano ancora da definire. È proprio questa incertezza ad avere allarmato imprese, trader e investitori.
La decisione infatti riguarda settori nei quali l’Indonesia ha un peso globale enorme. Il Paese è il primo esportatore mondiale di carbone termico, il primo esportatore di olio di palma e uno dei principali attori nella filiera del nichel (fornisce tra il 45 e il 60% del mercato). Nel caso del carbone, l’Indonesia pesa circa la metà del commercio mondiale destinato alla generazione elettrica. Nel caso dell’olio di palma, rappresenta più della metà delle spedizioni globali. Una modifica delle regole di esportazione non è quindi solo una vicenda interna, ma può avere conseguenze immediate sui mercati asiatici e internazionali.
Sul carbone, il rischio principale è quello di una tensione sulle forniture proprio in una fase delicata. Le interruzioni nelle forniture di gas naturale liquefatto legate alla guerra con l’Iran stanno già spingendo alcuni compratori asiatici, in particolare Giappone e Corea del Sud, a guardare di più al carbone per coprire il fabbisogno delle centrali elettriche. Se il nuovo sistema indonesiano dovesse rallentare spedizioni, complicare i contratti o introdurre maggiore incertezza sui prezzi, gli importatori potrebbero trovarsi davanti a costi più alti e a un mercato più nervoso.
Il governo ha detto che i contratti esistenti saranno rispettati, ma Danantara ha anche precisato che potrà rivedere i prezzi se li riterrà inferiori ai benchmark internazionali o se sospetterà pratiche di sottofatturazione. Il tema è dunque fiscale, certo, ma gli impatti sul commercio internazionale sono molteplici.
Anche sull’olio di palma le conseguenze possono essere rilevanti. L’Indonesia aveva già adottato in passato restrizioni alle esportazioni per sostenere il mercato interno e la produzione di biodiesel, con effetti immediati sui prezzi globali dell’olio di palma e degli oli concorrenti, come soia e girasole. Ora il rischio è che la centralizzazione concentri il potere di prezzo nelle mani di un soggetto statale, riduca la trasparenza commerciale e renda meno fluido il rapporto tra esportatori e compratori internazionali.
Alcuni operatori ritengono che la Malaysia, secondo produttore mondiale, potrebbe beneficiarne se i compratori cercassero fornitori più prevedibili. Il governo ha in seguito precisato alcune esclusioni ma l’applicazione pratica sarà complessa. Accanto alla centralizzazione delle esportazioni, Jakarta ha introdotto anche nuove regole sulla permanenza dei ricavi esteri. Dal primo giugno gli esportatori di risorse naturali, esclusi petrolio e gas, dovranno mantenere il 100 per cento dei proventi in banche statali indonesiane per almeno dodici mesi. In precedenza potevano usare più liberamente questi fondi. La misura punta a sostenere la disponibilità interna di valuta estera e a difendere la rupia, ma aumenta i vincoli finanziari per le imprese esportatrici.
La reazione dei mercati è stata negativa. Alla notizia, la Borsa di Jakarta è scesa, la rupia è rimasta vicino ai minimi storici e la banca centrale ha alzato i tassi di 50 punti base per sostenere la valuta. S&P ha avvertito che il piano può colpire esportazioni, entrate pubbliche e bilancia dei pagamenti. Moody’s ha riconosciuto il possibile sostegno agli afflussi valutari, ma ha segnalato il rischio di distorsioni di mercato e di peggioramento del clima per gli investitori. Fitch e Moody’s hanno già portato l’outlook sul debito sovrano indonesiano da stabile a negativo.
La scelta del presidente indonesiano Prabowo si inserisce quindi in una svolta più ampia verso un’economia più guidata dallo Stato. Il presidente sostiene che le risorse naturali devono generare più benefici per l’Indonesia e accusa il vecchio sistema di avere favorito perdite enormi di gettito. Il problema è che il nuovo modello, se applicato male, può ridurre la fiducia degli investitori, rallentare il commercio e spingere i compratori verso fornitori alternativi. Per ora il punto centrale non è solo cosa il governo vuole ottenere, ma se sarà in grado di farlo senza inceppare mercati nei quali l’Indonesia è un fornitore indispensabile.