Quando nacquero le prime riflessioni geopolitiche, nella Germania della seconda metà dell’Ottocento, stante un clima culturale europeo dominato dal positivismo, si sbandò vistosamente verso un riduzionismo che, nell’introdurre la variabile geografica, faceva perno solo su questa: la geografia era un destino.
Per questo è necessario ricordarsi che nella geografia agiscono gli umani e ciò scrive la storia, la storia, come l’espressione politica nazionale, è influita dalla geografia (come da tante altre variabili) ma non si riduce a questa.
In termini storici, l’attuale fase fotografata dal titolo del WSJ ma nota alla gran parte degli studiosi seri ovvero non agli opinionisti di giornata), è quella della competizione tra grandi potenze. Quantomeno gli Stati Uniti (che rimane unica superpotenza sommando il primato militare con quello economico), la Russia (che rimane una pari potenza atomica, quindi militare), la Cina potenza economica che si sta armando velocemente, l’India tendenziale potenza economica non ancora militare. Segue una pletora di medie potenze regionali, a volte solo militari, a volte solo economiche stante che prima o poi queste diventano di pari forza anche militare.
Questa fotografia va poi stesa sul tempo, in parte è utile conoscere il passato ma necessario è prevedere qualcosa del futuro. Il futuro ci dice con sufficiente sicurezza che nel 2050 ci saremo quadruplicati dal 1950 e quello che chiamavamo “Resto del mondo” (Asia, mondo islamico, Africa, Sud America) avrà una ampia autostrada di potenziale crescita economica avendo da relativamente poco tempo (per via della globalizzazione) sviluppato forme di economia moderna.
Qui molti non tengono conto che non si tratta di modelli ma di potenzialità. Il non-Occidente ha bisogno di tutto, dalle infrastrutture al consumo individuale, cioè, tenore di vita; l’Occidente ha già più o meno tutto. Lo spazio di possibilità dei primi è enorme, dei secondi limitato. Il che, ai fini del discorso sulle potenze, ci dice che il già “Rest of the World” crescerà per decenni, prima in economia poi in militare mentre il nostro peso nel mondo tenderà a restringersi.
Tornando all’elenco delle potenze, si arriva di solito a porsi la domanda: e l’Europa? Qui si compie un errore che pregiudica ogni comprensione. Tutte le potenze grandi e medie prima citate sono Stati, l’Europa non è uno Stato. Non solo oggi, in tutta la storia delle civiltà, ogni potenza è stata uno Stato. Quando i tedeschi si accorsero che non era più idonea la secolare forma del Sacro Romano Impero, stante la potenza francese (ma osservando preoccupati la Gran Bretagna), con un trucco, procedettero ad una frettolosa ma necessaria unificazione: il secondo Reich (1871), si resero “uno Stato”.
Davanti alla constatazione che l’Europa non è uno Stato e quindi non si capisce bene come pensarla dentro una competizione di Stati, si sviluppano tre apparenti soluzioni.
La prima pensa che, pur non essendo uno Stato, l’Europa potrebbe trovare assemblearmente l’unità dell’intenzione nelle cose geopolitiche (e non solo). Questa idea è del tutto inconsistente. Lo era tempo fa quando la si pronunciava convinti relegando la ragione ad un optional, ma lo è manifestamente oggi alla riprova di alcuni fatti storici, dall’andamento dell’economia (con il vincolo della moneta unica che di nuovo non ha uno Stato), alla de-globalizzazione, dallo sviluppo delle nuove tecnologie, alla guerra in Ucraina, all’atteggiamento verso Israele, la Cina, l’Africa. Europa dell’Est o dell’Ovest, del Nord o del Sud, Stati come la Germania (87 mio) o Malta (0,4 mio) sono troppo disomogenei in geografia, storia, cultura, economia e demografia.
Inoltre, quanto all’intenzione, è chiaro che i più grossi e potenti (Germania e in parte Francia che serve alla Germania per non presentarsi come un Reich europeo di fatto) impongono la loro unilaterale intenzione.
La seconda soluzione sarebbe unire questi 27 o più Paesi eterogenei in tutto con ognuno di loro che non si sogna minimamente di rinunciare alla propria sovranità. Non l’Ungheria, la Francia e la Germania in primis e per l’ottima ragione che ogni Stato coincide (o almeno dovrebbe) col concetto di sovranità, tra l’altro elaborato proprio qui in Europa cinque secoli fa. Non me la sento di perdere tempo a confutare questa idea senza senso. Se uno non studia la storia e tutto ciò che contiene arrivando sino ai fondamentali della consistenza odierna dei 27 soggetti, può pensare che gli asini volino o che 27 Stati si uniranno in vista di un bene comune superiore, chissà come, chissà quando. Per carità, forse con tempo tendente all’infinito si potrebbe anche ipotizzare il miracolo, ma la cosa non attiene alla storia contemporanea o a traguardi prossimi di qualche decennio.
Infine, in reazione al palese fallimento di ogni per quanto confusa idea federalista e a quello molto più concreto dello stato dell’Unione Europea attuale, altri rimbalzano verso il “disfiamo tutto e torniamo a goderci la nostra legittima sovranità nazionale come ai vecchi tempi”. Già, i fatidici “vecchi tempi”. Ora i “vecchi tempi” non sono belli o brutti a prescindere, sono attuali o meno e con il mondo complesso attuale e vieppiù quello almeno dei prossimi trenta anni, non lo sono affatto. Anche qui forse manca una sufficiente preparazione multidisciplinare che non tratti moneta, economia, militare, ecologia, tecnologia, demografia, cultura, politica e geopolitica una variabile alla volta, ma tutte assieme perché sono cose che noi dividiamo per discipline ma esistono intessute assieme in questo o quel popolo o Stato. Nella realtà concreta.
Ognuna di queste pseudo-idee ha i suoi fan che spesso sono assai pugnaci convinti di possedere la ragione. Dal mio punto di vista di studioso multidisciplinare e realista e stante che non siamo nello spazio di un trattato ma di un semplice post, non so come manifestare il mio scoramento verso non solo tali convinzioni, ma anche la protervia con la quale vengono supportate, ognuna in odio all’altra.
I primi sono semplicemente terrorizzati dal dover rendersi conto dell’ircocervo che è oggi l’UE e vieppiù terrorizzati dal pensare ad un mondo senza euro. I secondi, grazie a dio, sono talmente pochi da essere irrilevanti ma non lo è la loro narrazione che agisce non in attualità ma come “fondo remoto di possibilità” che dia senso all’ircocervo. I terzi tirano fuori la Corea del Sud (la Corea del Sud o ogni altro esempio rinvenibile in geografia politica contemporanea può dirsi pienamente “sovrana” rispetto alle grandi potenze?) e i mitici tempi delle politiche keynesiane sovrane che risolverebbero ogni cosa capendo forse un po’ troppo poco di potenze e di mondo nelle varie dimensioni del concetto. Divisi su tutto, tutti e tre sembrano conoscere assai poco di cosa è il mondo e dove va.
Gli europei hanno davanti un destino tragico, ormai lo pensano e scrivono tutti, dagli asiatici agli americani. I 27 Stati del subcontinente sono figli di cinque secoli di geostoria locale che però, oggi, non è più in sincrono la geostoria del mondo che funge da riferimento ultimo: ciò a cui ti devi adattare.
Personalmente, da ormai più di un decennio, sono convinto che gli Stati attuali dovrebbero dar vita a nuove unioni federali (statali in tutto e per tutto: governo, parlamento, sovranità monetaria, economia, militare, culturale etc.) seguendo quelle che Platone chiamava le “nervature dell’essere”, come i macellai che sanno che non importa quanto il coltello è affilato, bisogna seguire certi versi che hanno formato quella carne. Questo verso è la geostoria e quindi la cultura. La nostra è quella latino-mediterranea.
Difficile? Ovvio. Attraente? Assai poco di primo acchito. Alternative? Continuare a prenderci in giro con europeismo e sovranismo e scivolare lentamente nel tritarifiuti della storia. Ma tanto a nessuno interessa davvero questo discorso fatto con realismo consapevole, più o meno a tutti interessa portare avanti la propria idea per quanto inconsistente ma più ancora odiare svelenando su quella dell’altro.
Così finiscono le civiltà, litigando mentre i barbari rumoreggiano alle porte con l’acquolina in bocca per il ricco bottino che li aspetta.