Guerra Iran, posizione e rischi per l’Italia

Simone Micocci

04/03/2026

Guerra in Iran, quali rischi per l’Italia? Dalle basi Nato agli obiettivi sensibili, ecco cosa potrebbe succedere se il conflitto dovesse allargarsi e coinvolgere anche l’Europa.

Guerra Iran, posizione e rischi per l’Italia

La guerra in Iran scuote il mondo, con l’Italia che - almeno per ora - resta una spettatrice interessata viste le possibili conseguenze economiche che il conflitto può avere anche sul nostro Paese. I più preoccupati si chiedono però se la guerra possa in qualche modo arrivare anche in Italia, in un’escalation che rischierebbe di allargare ulteriormente il conflitto tanto da far pensare a una terza guerra mondiale.

Per rispondere a questa domanda occorre capire quale sia oggi il ruolo e la posizione dell’Italia nello scenario internazionale e quali rischi il nostro Paese potrebbe correre qualora la guerra dovesse coinvolgere altri attori o avvicinarsi all’Europa.

Un’analisi che va oltre le conseguenze economiche già visibili. Il conflitto sta infatti già provocando tensioni sui prezzi dell’energia e il rischio di una nuova fiammata inflazionistica. Qui però l’attenzione si concentra soprattutto sugli aspetti militari e strategici, per capire se e in che modo l’Italia potrebbe essere coinvolta qualora la crisi dovesse intensificarsi.

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La posizione dell’Italia oggi

Per capire quale potrebbe essere il ruolo del nostro Paese è necessario partire dalla posizione dell’Unione europea, alla quale l’Italia ha scelto di allinearsi. Bruxelles ha condannato duramente il regime iraniano, definendolo responsabile di repressioni interne e di azioni destabilizzanti nella regione, ma allo stesso tempo ha invitato tutte le parti a esercitare la massima moderazione per evitare un’ulteriore escalation.

Ciò che non sosteniamo è il regime oppressivo che ha ucciso persone in Iran ed è contro qualsiasi legge”, ha dichiarato la portavoce della Commissione europea Paula Pinho, sottolineando come l’Ue abbia chiesto il pieno rispetto del diritto internazionale e un immediato contenimento delle tensioni.

In questo quadro si inserisce la posizione dell’Italia, che ha scelto di muoversi all’interno della linea europea. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che “la posizione dell’Italia è quella dell’Unione europea”, indicando come priorità la de-escalation del conflitto, oltre ovviamente alla tutela dei cittadini italiani presenti nella regione e la gestione delle possibili conseguenze economiche della guerra.

Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso forte preoccupazione per l’evoluzione dello scenario internazionale, chiedendo all’Iran di fermare gli attacchi contro i Paesi del Golfo e sottolineando la necessità di evitare che la crisi si allarghi ulteriormente.

Per quanto riguarda un nostro coinvolgimento militare, seppure semplicemente come supporto all’azione militare condotta da Trump, va detto che al momento gli Stati Uniti non hanno richiesto l’utilizzo delle basi militari presenti in Italia per operazioni legate alla guerra contro l’Iran.

Tuttavia la presenza di importanti infrastrutture strategiche sul territorio nazionale rende il Paese un punto chiave nello scenario mediterraneo. Negli ultimi giorni, ad esempio, è stata segnalata un’attività più intensa del solito nella base di Sigonella, in Sicilia, sede del sistema di sorveglianza terrestre della Nato che utilizza droni come i Global Hawk. A pochi chilometri di distanza si trova anche la stazione Muos di Niscemi, utilizzata per le comunicazioni militari statunitensi.

Proprio la possibilità che queste infrastrutture possano essere utilizzate nell’ambito del conflitto ha acceso il dibattito politico interno. Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha chiesto al governo di chiarire se basi come Sigonella o il Muos siano coinvolte nelle operazioni militari, sostenendo che un eventuale utilizzo potrebbe esporre il territorio italiano a maggiori rischi.

Sul tema è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, ricordando che l’uso delle basi statunitensi presenti in Italia è regolato da accordi internazionali in vigore da decenni, come il Nato Status of Forces Agreement del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e il memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995.

La posizione dell’Italia in caso di coinvolgimento della Nato

La situazione cambierebbe in modo significativo qualora il conflitto dovesse coinvolgere direttamente la Nato. Ricordiamo, infatti, che se uno Stato membro dell’Alleanza venisse attaccato o se venissero colpiti interessi militari italiani nella regione, entrerebbe in gioco il principio della difesa collettiva previsto dall’articolo 5 del Trattato Atlantico.

Questo significa che i Paesi membri, Italia compresa, sarebbero chiamati ad assistere lo Stato aggredito. L’intervento militare non è però automatico: l’articolo 5 prevede un obbligo di assistenza, ma lascia ai singoli governi la scelta delle modalità con cui fornire supporto. Nel caso specifico dell’Italia entrerebbe inoltre in gioco anche il quadro costituzionale, visto che l’articolo 11 della Costituzione stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Questo non impedisce la partecipazione a missioni militari, ma comporta che eventuali interventi debbano avvenire nell’ambito di alleanze internazionali e in ogni caso con il coinvolgimento del Parlamento.

Per il momento, però, l’ipotesi di un coinvolgimento diretto dell’Alleanza resta remota. L’obiettivo dichiarato dei Paesi europei e degli stessi Stati Uniti resta quello di evitare un allargamento del conflitto e di contenere l’escalation in una regione già fortemente instabile.

Zone a rischio in Italia: quali sono gli obiettivi sensibili

Nel frattempo, l’escalation militare in Medio Oriente ha portato l’Italia ad alzare il livello di attenzione sul fronte della sicurezza interna. Il Viminale ha disposto un rafforzamento dei controlli su oltre 28 mila obiettivi sensibili presenti sul territorio nazionale, considerati potenzialmente esposti a ritorsioni o azioni terroristiche legate all’aggravarsi del conflitto.

Tra i siti sotto sorveglianza rafforzata ci sono innanzitutto le sedi diplomatiche e consolari dei Paesi coinvolti nella crisi, a partire da quelle di Stati Uniti, Israele e Iran, ma anche le rappresentanze dei Paesi del Golfo. In alcune aree sono stati predisposti presidi fissi delle forze dell’ordine e controlli più stringenti nelle zone circostanti.

Particolare attenzione è rivolta anche alle infrastrutture di importanza strategica, soprattutto nel settore energetico. L’allerta riguarda inoltre luoghi di culto e simboli religiosi, in particolare quelli legati alle comunità ebraiche e islamiche, oltre agli snodi della mobilità come aeroporti e stazioni. Infine, sotto osservazione restano anche le basi militari presenti sul territorio italiano, soprattutto quelle utilizzate da Stati Uniti e Nato.

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