Terza guerra mondiale, se l’Europa approva questa legge cambia tutto

Simone Micocci

7 Maggio 2026 - 15:07

L’Unione Europea vuole potenziare la clausola di difesa: un nuovo parso verso il coinvolgimento in una Terza guerra mondiale?

Terza guerra mondiale, se l’Europa approva questa legge cambia tutto
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Oggi nel mondo, secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program, ci sono oltre 100 conflitti armati. Possiamo quindi dire che una terza guerra mondiale sia già in corso, anche se il fatto che l’Europa non sia direttamente coinvolta ci porta a percepire questi conflitti come lontani da noi.

Eppure non è così, perché soprattutto le conseguenze dei due conflitti più rilevanti tra quelli in corso - ossia la guerra tra Russia e Ucraina e quella tra Stati Uniti e Iran - stanno producendo effetti molto significativi anche per l’Europa, in particolare sul piano economico.

Ma attenzione, perché anche sul piano politico le conseguenze dell’instabilità internazionale sono più vicine di quanto possa sembrare. Basti pensare ad alcune decisioni adottate dai Paesi europei, come quella della Germania, che richiede un’autorizzazione per i cittadini potenzialmente arruolabili in caso di guerra qualora intendano trasferirsi all’estero per un lungo periodo.

Un’altra novità importante potrebbe arrivare proprio dall’Unione europea, dove in questi giorni si sta ragionando sulla possibilità di potenziare la clausola di difesa reciproca, simile a quella già prevista dalla Nato con l’articolo 5.

Oggi, infatti, se un Paese europeo viene attaccato non scatta automaticamente un obbligo di difesa da parte degli altri Stati membri dell’Ue: l’intervento sarebbe legato soprattutto alla Nato. Una differenza che, almeno in apparenza, potrebbe sembrare marginale, considerando che gran parte dei Paesi europei fa comunque parte dell’Alleanza Atlantica. Ma non tutti, appunto. Ed è per questo che l’Unione europea sta ragionando su come rafforzare i propri strumenti di difesa comune.

La Nato non basta più, l’Unione europea si prepara alla terza guerra mondiale

Stati Uniti che minacciano di ridurre il proprio impegno nella Nato, Paesi europei - come Irlanda, Austria, Cipro e Malta - che non fanno parte dell’Alleanza atlantica e conflitti sempre più vicini ai confini dell’Europa: oggi il continente si sente più esposto in caso di allargamento delle guerre già in corso.

Cosa fare quindi per assicurare a ogni singolo Paese membro una maggiore tutela in caso di attacco? Ursula von der Leyen non ha dubbi: l’Unione europea deve migliorare la propria clausola di difesa reciproca, nel rispetto del principio “uno per tutti e tutti per uno”.

Va detto che una clausola di difesa oggi esiste già. Si tratta dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, secondo cui se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Paesi dell’Ue sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione.

Il punto, però, è cosa succede davvero oggi in caso di attacco. A differenza della Nato, l’Unione europea non ha un esercito comune, né tantomeno dispone di piani militari già pronti da attivare automaticamente. Questo significa che l’aiuto degli altri Stati membri non scatterebbe in modo uniforme e immediato, ma dipenderebbe dalle decisioni dei singoli governi.

In sostanza, ogni Paese può scegliere come intervenire: inviando armi, garantendo supporto logistico, condividendo informazioni di intelligence, offrendo assistenza economica o diplomatica. L’invio di truppe, invece, non sarebbe automatico. È proprio questa la grande differenza rispetto alla Nato, dove l’articolo 5 si inserisce invece dentro una struttura militare integrata e già organizzata per rispondere a un attacco.

Non a caso, la clausola europea è stata utilizzata una sola volta, dopo gli attentati di Parigi del 2015, e anche in quel caso il sostegno degli altri Paesi è stato gestito soprattutto su base bilaterale. Per questo oggi Bruxelles ragiona su come renderla più credibile: perché la norma esiste, ma senza strumenti comuni rischia di restare più una promessa politica che una vera garanzia di difesa.

Come l’Europa vuole modificare la clausola di difesa

L’obiettivo dell’Unione europea, quindi, è di rendere più chiara e soprattutto più efficace l’attuale clausola, rispondendo in maniera precisa a tutti i dubbi posti dall’articolo 42.7: ad esempio, chi coordina la risposta e con quali strumenti? E soprattutto, che tipo di assistenza deve essere garantita?

È su questi punti che Bruxelles sta provando a ragionare. L’idea è passare da una clausola quasi simbolica a un meccanismo con procedure definite e una maggiore capacità di coordinamento europeo.

Il nodo principale riguarda proprio la discrezionalità lasciata agli Stati membri, con l’Europa che vorrebbe chiarire meglio quali obblighi scattano davvero in caso di attacco così da evitare che la risposta dipenda esclusivamente dalla volontà politica del momento.

Un altro tema riguarda il coordinamento con la Nato visto che Bruxelles non vuole creare un’alternativa all’Alleanza atlantica, anche perché gran parte dei Paesi Ue ne fa già parte e continua a considerarla il principale scudo militare del continente. La clausola europea dovrebbe quindi essere rafforzata in modo complementare alla Nato, soprattutto per coprire quei casi in cui l’articolo 5 non può essere invocato, come appunto per gli Stati membri dell’Ue che non fanno parte dell’Alleanza.

Come si può intuire, quindi, si tratta di temi molto importanti, anche perché lo spettro di un attacco ai danni di un Paese europeo non è così lontano come si potrebbe pensare. Basti guardare a quanto accaduto a Cipro, dove l’attacco con droni contro la base britannica di Akrotiri ha riacceso il dibattito sulla vulnerabilità degli Stati europei non protetti direttamente dalla Nato.

Chiedere agli Stati membri di assumersi impegni più vincolanti in materia di difesa è quindi un passaggio importante, ma anche estremamente delicato. Una decisione in questa direzione rafforzerebbe la capacità di risposta dell’Europa, ma aumenterebbe anche il rischio di un coinvolgimento diretto dell’Unione in uno scenario che potrebbe avvicinarsi sensibilmente all’eventualità di una terza guerra mondiale.

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