Perché la Cina continua a vincere la guerra commerciale contro gli USA?

Redazione Money Premium

17 Novembre 2025 - 06:41

Mentre Washington e Bruxelles cercano di proteggere le proprie catene del valore, Pechino trasforma le tensioni commerciali in un’arma strategica.

Perché la Cina continua a vincere la guerra commerciale contro gli USA?

La guerra commerciale del XXI secolo non si combatte più con i dazi o le sanzioni dirette, ma con il controllo delle catene di approvvigionamento. In questo campo, la Cina è oggi l’attore dominante. Attraverso una combinazione di pianificazione statale, diplomazia economica e controllo delle materie prime, Pechino ha costruito una rete globale di dipendenze che trasforma la concorrenza economica in una forma sofisticata di potere geopolitico.

L’amministrazione Biden aveva introdotto la strategia dello “small yard, high fence”: proteggere un perimetro ristretto di tecnologie sensibili — come i semiconduttori avanzati per l’intelligenza artificiale — mantenendo aperto il resto del commercio. Ma Pechino ha ribaltato il paradigma. Invece di limitare l’impatto delle proprie misure, ha scelto di massimizzarlo, estendendo i controlli sulle esportazioni e accentuando la vulnerabilità dei rivali.

Il caso più emblematico è quello delle terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici essenziali per la produzione di auto elettriche, batterie, turbine eoliche, missili e smartphone. La Cina controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale e oltre il 90% della raffinazione.
Negli ultimi mesi, Pechino ha imposto nuove restrizioni sulle esportazioni di gallio e germanio — due materiali fondamentali per i chip e per l’elettronica militare. Questo ha fatto schizzare i prezzi globali e rallentato le catene produttive in Europa e Stati Uniti.

Per Pechino, ogni aumento dei costi per i concorrenti è una vittoria. La politica industriale cinese, alle prese con una cronica sovraccapacità produttiva, trae vantaggio dall’espansione delle esportazioni e dalla dipendenza degli altri Paesi.
Il sequestro della Nexperia, azienda olandese produttrice di chip controllata da investitori cinesi, ha acceso i riflettori sulla vulnerabilità dell’industria europea. A ottobre, il governo dei Paesi Bassi ha deciso di assumere il controllo dell’azienda, citando “preoccupazioni di sicurezza nazionale” e “carenze di governance”.

La reazione di Pechino è stata immediata: blocco delle esportazioni dei chip confezionati negli impianti di Dongguan, nel sud della Cina. Il danno per l’Europa è stato enorme: secondo stime locali, i chip di Nexperia sono utilizzati dal 49% delle aziende automobilistiche europee, dall’86% delle imprese di dispositivi medici, dal 95% del comparto dell’ingegneria meccanica e persino dall’intero settore della difesa europea.
Il messaggio è chiaro: chi tocca un tassello della rete industriale cinese rischia di paralizzare la propria economia. L’Europa, nel tentativo di difendere la propria autonomia tecnologica, ha scoperto di essere strettamente legata alla stessa catena che voleva spezzare.

Ogni grande potenza cerca di colpire il rivale infliggendo più danni possibili a costi minori per sé stessa. Questa è la logica dell’asimmetria economica, e la Cina la padroneggia meglio di chiunque altro.
Un esempio è la scarsa trasparenza delle supply chain occidentali. Le aziende europee e statunitensi spesso non conoscono tutti i passaggi produttivi dei propri fornitori: tra una materia prima e il prodotto finito possono esserci decine di intermediari. Al contrario, le nuove norme cinesi sulle esportazioni obbligano le multinazionali a richiedere licenze e fornire dettagli sui propri partner e processi, offrendo a Pechino una mappa dettagliata dell’intera catena globale.

Questo sistema conferisce alla Cina un potere informativo che può essere sfruttato per colpire con precisione chirurgica i segmenti più vulnerabili del sistema industriale occidentale.
C’è poi un vantaggio meno visibile, ma decisivo: la struttura politica.
Washington e Bruxelles devono fare i conti con mercati nervosi, elettorati volatili e imprese che chiedono stabilità. Ogni aumento dei dazi o nuova sanzione si riflette immediatamente sui listini azionari e sul consenso politico.

Pechino, invece, può permettersi di pensare nel lungo periodo. Il sistema guidato da Xi Jinping non è vincolato da cicli elettorali e la borsa cinese è dominata da investitori statali. Questo consente al Partito comunista di sostenere politiche economiche aggressive anche a costo di perdite a breve termine.
Per la Cina, la guerra commerciale non è un’emergenza: è una strategia permanente.
Dopo la crisi del Covid-19, molti Paesi occidentali avevano promesso di passare da una logica di produzione “just in time” — incentrata sull’efficienza — a una “just in case”, più resiliente. Tuttavia, cinque anni dopo, le catene di fornitura restano concentrate in Asia e fortemente dipendenti dalla Cina.

Mentre le aziende occidentali cercano di diversificare, Pechino utilizza la scarsità come strumento politico. Ogni licenza concessa o negata diventa leva di negoziazione. Il controllo dei flussi di materiali, componenti e tecnologie crea un potere più sottile e pervasivo di qualsiasi tariffa.
Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea stanno tentando di costruire filiere alternative. Programmi come il CHIPS Act americano e il European Chips Act mirano a rilanciare la produzione di semiconduttori domestici. Tuttavia, questi sforzi richiederanno anni e investimenti colossali.

Nel frattempo, la Cina continua a consolidare il proprio ruolo. Le sue aziende di chip, batterie e pannelli solari dominano il mercato globale. Inoltre, Pechino sta stringendo nuovi accordi con paesi del Sud globale, offrendo finanziamenti e infrastrutture in cambio di accesso alle risorse — replicando il modello che l’ha resa indispensabile per l’Occidente.
La guerra commerciale non si vince con le minacce, ma con la dipendenza strutturale.
Finché Europa e Stati Uniti non saranno in grado di creare catene di fornitura indipendenti, la Cina continuerà a dettare i tempi del commercio globale.

Nel 2020, Xi Jinping dichiarò che l’obiettivo del Paese era “stringere la dipendenza internazionale dalle catene produttive cinesi”. Quella frase, allora poco notata, si è trasformata nella dottrina economica dominante del presente.
Oggi Pechino non ha bisogno di vincere ogni battaglia commerciale: le basta mantenere il mondo collegato — e intrappolato — nelle proprie reti industriali.