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di Redazione Orbetech

Un nuovo orizzonte del lavoro (seconda parte)

Redazione Orbetech

27 ottobre 2021

Un nuovo orizzonte del lavoro (seconda parte)

Siamo in una fase storica in cui dovremo cominciare a chiederci: cosa faranno gli umani sostituiti dalle macchine?

Articolo di Nicola Zamperini

Oltre ai mutamenti nello spazio e nei modi di lavoro, all’emersione di antiche professioni presto svolte da lavoratori non umani, siamo in una fase storica in cui dovremo cominciare a chiederci: cosa faranno gli umani sostituiti dalle macchine? Quali compiti svolgeranno? A questo punto compare, di fronte a tali interrogativi, l’accusa di luddismo nei confronti di chi indica una prospettiva del genere. Mi interessa poco l’accusa, che ritengo sciocca e figlia di un tempo binario non solo nel software ma anche nei giudizi: 1 o 0, acceso o spento, favorevole o contrario. Penso che la domanda rimanga e che le risposte siano molteplici; provo a suggerire qualche ipotesi. 

Il capitalismo digitale (e non solo) dovrà presto immaginare nuove forme di remunerazione per chi vedrà il proprio mestiere sostituito o radicalmente modificato dalle macchine. Un reddito universale per i milioni di esodati dall’AI.

Quale sarà il lavoro dell’uomo?

Secondo un rapporto di McKinsey del 2017, solo il 5% delle occupazioni sarà completamente automatizzato. Per il 60% dei lavori una parte consistente dell’attività che li caratterizza potrebbe essere automatizzata, «il che implica sostanziali trasformazioni e cambiamenti del posto di lavoro per tutti i lavoratori». Questi scenari suggeriscono che «entro il 2030, da 75 a 375 milioni di lavoratori (dal 3 al 14% della forza lavoro globale) dovrà cambiare categorie professionali».

Per capirci, dovremo imparare a lavorare in Workrooms o in un ambiente virtuale, il che non è scontato, ed è parte di una trasformazione profonda che va compresa, affrontata, e per la quale è necessario prepararsi, non solo professionalmente. Con l’aumento dei lavori automatizzati, e quindi svolti dalle macchine, sorgeranno ulteriori esigenze. Oltre a pagare milioni di inattivi, il capitalismo (perdonate la resa antropomorfa) dovrà anche immaginare, per le prossime generazioni, nuovi lavori, piuttosto tristi “noiosi e ripetitivi” – non pericolosi, caro Elon Musk – di sorveglianza pressoché inattiva, inutile spesso, dei robot. Non so se avete presente il video di una macchina senza pilota di Uber che investe una homeless in Arizona (si chiamava Elaine Herzberg, aveva 50 anni, ed è la prima vittima di un incidente causato da un’automobile a guida autonoma). Si vede al posto di guida la donna che avrebbe dovuto controllare, che invece è disattenta, guarda una trasmissione sullo smartphone, e non può far altro che scuotersi un istante prima della collisione.

Penso che nel futuro prossimo, accanto alla categoria estremamente ricercata dei creatori di intelligenza artificiale per i quali Elon Musk allestisce gli AI Day, vedremo proliferare gli assistenti dell’intelligenza artificiale: persone che tenteranno di sorvegliare la macchina, per lo più arrestandone il funzionamento, laddove ci riescano, nel caso di un evento inatteso. Sorveglianti dei robot che potranno a loro volta essere sorvegliati da altri robot (le workforce analytics). Magari la divisione non sarà così schematica, possiamo tuttavia immaginare una sorta di scala, al cui vertice ci stanno i creatori dell’intelligenza artificiale e tra i paria gli assistenti senza poteri, in mezzo, con diverse gradazioni di autonomia o dipendenza, e quindi tante diverse professioni che interagiscono o sono al servizio dell’intelligenza artificiale.

Penso ai tanti che passano il loro tempo a insegnare ai robot, all’intelligenza artificiale, a imparare e che vengono reclutati a cottimo, e sono il lato oscuro della rivoluzione digitale. E penso anche all’asta che si svolse nel lontano dicembre del 2012, sulle rive del lago Tahoe, nella Sierra Nevada, per l’assunzione di Geoff Hinton docente di informatica, grande esperto di intelligenza artificiale, “deep learning” e “reti neurali“, e di suoi due studenti.

L’asta ha coinvolto Microsoft, Deep Mind, Baidu e Google, ed è stata vinta da quest’ultima che ha pagato per 3 intelligenze umane, dopo rilanci da 5 milioni di dollari alla volta, una cifra da capogiro, da calcio mercato, e cioè 44 milioni di dollari. Si dice sempre che l’automazione sia al servizio dell’uomo, e in molti ambiti è così, ma forse dovremmo ripensare la dialettica servo-padrone al tempo dell’intelligenza artificiale.

La Legge di Moore

Che l’intelligenza artificiale muterà alla radice il mercato del lavoro e quindi il capitalismo, lo dice una persona poco nota ai più, ma estremamente influente in questo ambito: Sam Altman. Sam è stato presidente di Y Combinator (un fondo di investimento che ha in portafoglio società tecnologiche per 300 miliardi di dollari), ed è il CEO di Open AI, laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale tra i più importanti al mondo. 

In un articolo di qualche tempo fa, Altman ha scritto che presto «il costo di molti tipi di lavoro (che determina i costi di beni e servizi) scenderà verso lo zero, una volta che un’intelligenza artificiale sufficientemente potente “diventerà parte della forza lavoro”». Da buon informatico, e imprenditore della Silicon Valley, Sam Altman fa riferimento a un concetto fondamentale nell’illustrare questa discesa verso il basso del costo del lavoro, e cioè la Legge di Moore.

Si tratta di un costrutto per il quale, anno dopo anno, la potenza dei microprocessori raddoppia mentre il loro costo si dimezza. Egli ha traslato questa legge a ogni ambito dell’economia, a partire dal lavoro. Applicare «la legge di Moore a tutto», come chiede Altman, significa che «il software in grado di pensare e imparare farà sempre di più il lavoro che le persone fanno ora». E aggiunge: «questa rivoluzione tecnologica è inarrestabileSi tratta di un ciclo ricorsivo di innovazione: poiché queste stesse macchine intelligenti aiutano a creare macchine più intelligenti, accelerando il ritmo della rivoluzione». 

Probabilmente la frase di Facebook sul modo di lavorare che sta cambiando non era né improvvida, né banale, né tantomeno leggera. Sam Altman, a un certo punto, fa un esempio sconcertante che tuttavia condisce con una buona dose di entusiasmo: «se i robot possono costruire una casa su un terreno che già possiedi, (…) utilizzando l’energia solare, il costo di costruzione di quella casa è vicino al costo per affittare i robot. E se quei robot sono fatti da altri robot, il costo per noleggiarli sarà molto inferiore al periodo in cui li producevano gli umani».Che fine hanno fatto gli umani in questa equazione? Un simile modo di pensare è gravido di conseguenze e non è figlio, come il concetto di metaverso, della mente di uno scrittore, ma di Sam Altman, un non laureato (lo dico senza alcuna ironia, era un non-laureato a Stanford anche Steve Jobs, e lo sono Zuckerberg e Bill Gates) all’Università di Stanford, il quale a questa rivoluzione ha contribuito, e continua a contribuire, attivamente con immani risorse economiche, soprattutto nell’ambito della ricerca. Nello stesso articolo in cui egli profetizza la fine del lavoro salariato per milioni di persone, Altman si lancia in una serie di confuse soluzioni, affinché la “Legge di Moore per tutto” rappresenti un grido di battaglia, una conquista dell’umanità. Lo stesso Elon Musk, che rincorre da tempo una specie di nirvana della produzione senza operai, ha coniato l’espressione «alien dreadnought» (che sta per “corazzate aliene”, e fa riferimento a un futuro alla Terminator, per capirci), per indicare fabbriche totalmente automatizzate in cui le macchine costruiscono altre macchine. Il nuovo stabilimento Giga-Shangai va in queste direzione: i robot producono, quasi esclusivamente e in autonomia, automobili piene di intelligenza artificiale. 

Insomma all’orizzonte si scorge un futuro presente post-umano del lavoro, con o senza robot a disposizione. Futuro presente perché si tratta di un futuro prossimo che tuttavia è in parte già attuale in molti ambiti; e post-umano perché il quoziente di umanità appare quantomeno declinante in tante professioni.
 Sia che abitiamo uno spazio digitale, sia che guidiamo una macchina costruita da altre macchine, la percentuale di automazione e di intelligenza artificiale che i nuovi prodotti e ambienti conterranno sarà maggiore di quella attuale, anno dopo anno e alla metà del prezzo, a dare retta a Sam Altman. 

L’automazione nei processi industriali nasce insieme alla rivoluzione industriale, ma fino ad oggi è stata confinata nelle fabbriche. Gli stabilimenti industriali sono pieni di robot da decenni. L’elemento di novità è l’irruzione di questi elementi post-umani nel lavoro, nelle case e in luoghi (scuole, ospedali, caserme) dove i robot non ci sono mai stati. In fondo l’Internet in mobilità è la pre-condizione di tutto questo. «In futuro, il lavoro fisico sarà una scelta», ha detto Elon Musk. Ecco, direi che le affermazioni di Sam Altman non vanno prese come boutade.

Credo che dovremo riflettere soprattutto su inedite familiarità con oggetti che non ci sono affatto familiari, e che anzi nascono alieni ma con cui dovremo presto familiarizzare: robot e ambienti virtuali di lavoro in cui siamo rappresentati da avatar, un nostro sosia digitale. E la familiarità, come pure l’assenza di familiarità determinano molte reazioni umane, tra le quali includerei la paura. Fin qui abbiamo pensato che tutto questo potesse rimanere nascosto, oppure limitato ad ambiti marginali, che non preoccupano, penso ai giochi, compresi i più cruenti, adesso il virtuale  (che non è il digitale!), l’incorporeo e l’artificiale affiorano un po’ ovunque, con frequenza, in molti settori, a partire dal lavoro: le prime minuscole bollicine in una pentola che ha quasi raggiunto la temperatura di ebollizione. «Spesso e volentieri – scrive Freud nel saggio sul perturbante –ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa sottile, quando appare realmente i nostri occhi un qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione il significato di ciò che è simboleggiato».

In fondo, qualche anno fa, nessuno di noi avrebbe immaginato, se non nella fantasia, ciò che la tecnologia ha permesso durante la pandemia. Nessuno di noi ha esitato, eppure…

Se leggiamo in questo modo le due presentazioni, potremmo dire che hanno come obiettivo comune quello di cominciare a farci familiarizzare con oggetti e spazi perturbanti, con condizioni che ci riguardano in quanto lavoratori e colleghi di altri lavoratori non umani. Una specie di introduzione a come lavoreremo sempre più in assenza del corpo, e in relazione a oggetti, compagni di lavoro, naturalmente sprovvisti di corpo.

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