Guerra commerciale, le case automobilistiche statunitensi temono nuovi dazi

Le nuove sanzioni ai sensi dell’art. 232 spaventano l’industria dell’automotive che rischia di dover aumentare i prezzi a scapito del consumatore finale

Guerra commerciale, le case automobilistiche statunitensi temono nuovi dazi

Il presidente Donald Trump potrebbe posticipare, se non addirittura rivedere, l’applicazione di nuovi dazi -fino al 25%- su veicoli e componenti auto importati.

Questa notizia, se confermata, farebbe respirare l’industria automotive statunitense, già in parte danneggiata dagli incrementi delle tariffe.

I produttori americani temono, infatti, un ulteriore aumento dei costi. Le sanzioni sugli importatori esteri si andrebbero a sommare ai dazi già emanati su veicoli di fabbricazione cinese e su alluminio e acciaio provenienti da fuori confine, con evidenti ricadute negative sul mercato locale delle auto nuove.

Questo inasprimento del protezionismo locale provocherebbe inoltre una guerra commerciale molto più ampia e disastrosa.

Guerra commerciale: Trump vorrebbe nuove sanzioni, il settore dell’automotive trema

La settimana scorsa –come riferisce l’emittente statunitense CNBC- Donald Trump, a seguito di un incontro con i suoi consulenti commerciali, avrebbe ipotizzato sanzioni ai sensi del Trade Expansion Act.

L’articolo 232 stabilisce l’applicazione di penali nel caso in cui le importazioni di auto rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale.

Sanzioni queste non viste di buon occhio dall’intera industria automobilistica americana: i maggiori produttori del settore automotive temono che una tale mossa possa sfociare in una guerra commerciale molto più dannosa di quella già in atto.

I prezzi più alti colpirebbero soprattutto i consumatori, che sarebbero costretti a rinunciare agli acquisti di nuovi veicoli. Ciò provocherebbe un impatto negativo sulle vendite già in declino, con pesanti ripercussioni sui profitti industriali.

Le tasse applicate su alluminio e acciaio hanno già avuto un forte impatto sul settore, che è tra i maggiori utilizzatori di metalli grezzi.

Ad aggravare la situazione c’è poi la guerra commerciale con la Cina che sta danneggiando soprattutto il mercato americano. Attualmente, gli Stati Uniti importano poche automobili dalla Cina, numerosissime invece sono le importazioni di ricambi auto che interessano miliardi di dollari.

Nelle ultime settimane, la Ford e la General Motors, con l’aumento dei prezzi di alluminio e acciaio, hanno registrato un incremento del costo di queste materie prime. Spendono un miliardo di dollari in più rispetto allo scorso anno.

Anche Fiat Chrysler e produttori di proprietà straniera con attività di assemblaggio negli Stati Uniti ne stanno risentendo, nonostante nel mese di ottobre l’azienda italo americana abbia registrato vendite sopra le attese.

“I costi sono aumentati e ricadono inevitabilmente sui consumatori finali”, ha detto a CNBC Jack Hollis, direttore generale della divisione Toyota per Toyota Motor North America.

Tuttavia, le ultime dichiarazioni ufficiali garantiscono ai manager dell’industria automobilistica di rilassarsi un po’. Venerdì scorso, a tranquillizzare il settore sono state le parole del portavoce del ministero del commercio cinese Gao Feng. Il portavoce ha riferito ai giornalisti che

“i contatti di alto livello tra le due parti sull’economia e sul commercio sono ripresi dopo la conversazione del 1° novembre tra capi di stato cinesi e americani.”

Dal settore automobilistico continueranno tuttavia a tenere alta l’attenzione sulle prossime mosse dell’amministrazione Trump, anche per vedere se ritarderà, o ancora meglio ritirerà, l’adozione delle tariffe ai sensi dell’articolo 232.

Cody Lusk, presidente dell’American International Automobile Dealers Association, che rappresenta migliaia di concessionari ha ammesso che:

“il settore è preoccupato per il potenziale aumento dei costi e la perdita di posti di lavoro a causa di nuovi e costosi requisiti richiesti dall’articolo 232. Si tratta di un’incertezza paralizzante che stagna un’economia altrimenti molto attiva”.

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