Come ormai noto a tutti, gli Stati Uniti hanno recentemente ridefinito la mappa globale dei dazi doganali, proclamando una vera e propria “rivoluzione tariffaria” che sta scuotendo le fondamenta del commercio internazionale.
Per questo, oggi la Commissione europea ha confermato di aver adottato le procedure per sospendere per sei mesi l’attuazione delle contromisure che, in caso di mancato accordo con gli Usa sui dazi commerciali, sarebbero scattate da giovedì 7 agosto. La decisione, adottata con procedura di urgenza, dovrà essere approvata dai Paesi della Unione europea con maggioranza semplice. È quanto ha riferito un portavoce della commissione Ue, Olof Gill.
Stando ai dati ufficiali, con i dazi introdotti da aprile, prima ancora che entrino in vigore dal 7 agosto quelli nuovi, Donald Trump ha incassato finora 152 miliardi di dollari, circa il doppio dei 78 miliardi di dollari entrati nelle casse federali nello stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Solo a luglio le tariffe hanno fruttato quasi 30 miliardi di dollari.
I nuovi dazi statunitensi vanno da un minimo del 10% fino a picchi del 50% per paesi “nemici”, come la Cina, ma anche storici partner come il Brasile e gran parte dell’Asia e dell’Africa non sono stati risparmiati dalla scure protezionistica di Trump. Il risultato ottenuto da Ursula von der Leyen, celebrato come uno “scudo alla guerra commerciale”, nasconde invece una realtà impietosa: il nuovo dazio del 15% rappresenta un triplo salto mortale all’indietro rispetto alle condizioni precedenti (media UE 4,8%) e graverà come un macigno su migliaia di imprese già provate da crisi e incertezza (se non si aumenta il potere d’acquisto). E, conseguentemente, sulle famiglie.
Una vera e propria guerra economica, insomma, e l’Unione Europea — capitanata da Ursula von der Leyen — appare più che mai nelle vesti di semplice spettatrice, subendo da Washington condizioni che definire penalizzanti è un eufemismo.
Inutili le rassicurazioni sul fatto che “le tariffe avrebbero potuto essere peggiori”: l’Europa, dopo mesi di battaglie, è riuscita solo a strappare un “male minore”, rassegnandosi ad accettare le condizioni calate dall’alto da chi tiene realmente il coltello dalla parte del manico.
E mentre la Commissione brinda a una “stabilità ritrovata”, negli ambienti industriali si levano voci di preoccupazione per il rischio concreto di vedere sparire dal mercato statunitense molte eccellenze europee, schiacciate dalla nuova imposta di ingresso.
La lungimiranza strategica di Bruxelles, evidentemente, si manifesta nel condurre estenuanti trattative per accontentarsi delle briciole. E questo non può non essere una diretta conseguenza delle persone che la guidano.
Da decenni, infatti, i leader dei Paesi dell’Unione mandano le seconde linee a guidare la Commissione.
Si tratta di persone che non hanno mai guidato governi nazionali, come la Von der Leyen, o che l’hanno fatto per tempi brevi oppure in contesti molto meno complessi e articolati. Prendiamo proprio la cara Ursula, sventura d’Europa: mai capo di governo, più volte ministro nei governi guidati con fermezza da Angela Merkel.
Quante trattative avrà gestito direttamente Ursula negli esecutivi guidati dalla Merkel, secondo voi?
Il fallimento della trattativa è reso ancora più evidente da come realtà ben più piccole e meno inclini a sottostare ai diktat degli apparati eurocratici, siano riuscite a ottenere risultati clamorosamente migliori.
Un esempio? La Repubblica di San Marino,
San Marino, terra di confine avvolta dal fascino della storia e nota per le politiche fiscali e bancarie, è evidentemente provvista di una classe dirigente con maggiore acume negoziale rispetto a certi “grandi” d’Europa. I nuovi accordi commerciali sanciti dagli Stati Uniti prevedono per San Marino un dazio del 10%, la quota più bassa applicata dalla nuova dottrina tariffaria americana.
L’ironia della sorte vuole che, mentre Roma e Parigi si affannano per evitare la tempesta, San Marino venga “perdonata” da Washington, acquisendo un vantaggio competitivo che fa già gola a decine di aziende europee pronte a spostare le proprie operazioni sulla rocca titana per schivare l’ennesima tassa prodotta dalla lungimiranza europea.
Ma forse è questo il capolavoro della Commissione: rendere San Marino, enclave tra i più grandi paesi dell’UE, un modello di successo nel rapporto con l’America.