I dazi sono una scusa: ecco come gli USA impongono investimenti per mantenere il dominio

Guido Salerno Aletta

28 Luglio 2025 - 15:50

Trump detta le regole: Arabia Saudita, Giappone e UE costrette a finanziare la reindustrializzazione americana. L’Europa cede capitali e influenza per evitare una crisi valutaria globale.

I dazi sono una scusa: ecco come gli USA impongono investimenti per mantenere il dominio

Fa già ridere solo a leggerlo: gli 800 miliardi di euro per investimenti aggiuntivi che Mario Draghi aveva chiesto all’Unione europea di effettuare per recuperare il divario competitivo rispetto agli Usa ed alla Cina si sono trasformati nell’impegno assunto da Ursula von der Leyen nei confronti di Donald Trump ad investire 600 miliardi di dollari per reindustrializzare gli Usa.

Mentre tutto il mondo guarda esclusivamente ai dazi sulle importazioni che vengono imposti da Donald Trump a tutti i Paesi che commerciano con gli Stati Uniti, si presta ben poca attenzione alle misure volte a sostenere artificiosamente l’export americano, prevedendo acquisti obbligatori di prodotti, dal GNL agli armamenti fino ai Boeing, e soprattutto all’obbligo di investire negli Usa risorse enormi.

La domanda internazionale di merci americane, e soprattutto quella di investimenti esteri negli Usa, deve essere imposta ad ogni costo, approfittando delle trattative commerciali: c’è in ballo l’insostenibile privilegio del dollaro.
È la prospettica carenza di domanda di dollari per investimenti, infatti, il vero punto della crisi, che Trump sta cercando di evitare ad ogni costo.

Per primi sono arrivati gli impegni per 600 miliardi di dollari in dieci anni da parte dell’Arabia Saudita, poi sono stati imposti al Giappone altri 600 miliardi di dollari per investimenti negli Usa, precisando che i frutti rimarranno in America per l’85%, da ultimo sono arrivati gli impegni assunti dalla Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, che prevedono acquisti di GNL per 750 miliardi di dollari in tre anni, di armamenti per 150 miliardi e di 600 miliardi di investimenti negli Usa.

Sui dazi americani, non c’è niente di nuovo: da che mondo è mondo, e soprattutto da che l’America ha avuto voce in capitolo sul commercio mondiale, si utilizzano per difendere la produzione interna dalle importazioni.
La questione si fa delicata invece per quanto riguarda lo status del dollaro come moneta di riserva internazionale: quello che fu definito l’“esorbitante privilegio” consiste infatti nel poter conciliare una bilancia commerciale strutturalmente deficitaria con la stabilità valutaria.

La regola dei rapporti internazionali postula l’indebolimento del valore di una moneta in funzione del passivo commerciale e soprattutto finanziario verso l’estero del Paese che la emette: è un evento meccanico, di rapporto tra domanda ed offerta di valuta, che si verifica quando chi esporta merce pretende un pagamento più elevato in quella moneta e chi ha investito in quella valuta ritira precipitosamente i propri impieghi.
Visto che il dollaro è la moneta prevalentemente usata a livello globale sia per comprare merci e servizi sui mercati internazionali che per effettuare transazioni ed investimenti tra Paesi diversi, la domanda di questa moneta è scarsamente influenzata dall’andamento deficitario della bilancia commerciale statunitense: la forza del dollaro è dipesa finora dalla stabilità del mercato azionario statunitense e dalla appetibilità degli investimenti obbligazionari emessi in dollari anche da soggetti stranieri.

C’è una questione ulteriore: gli alti tassi di interesse delle emissioni in dollari, coniugati con la stabilità di questa valuta, rappresentano uno straordinario vantaggio per chi sottoscrive questi strumenti di debito, ma costituiscono un onere rilevante per chi deve onorare il servizio degli interessi ed il rimborso del capitale. Le emissioni dei titoli del debito federale statunitense sono un parcheggio assai gradito per gli investitori internazionali, ma divengono problematici a mano a mano che il debito aumenta di dimensioni e che i tassi diventano più elevati: è un esborso netto che pesa sul contribuente statunitense.

Ne deriva che, nella misura in cui: i capitali internazionali vengono investiti con larghezza sui titoli in dollari quotati sul mercato azionario statunitense; il deficit commerciale strutturale statunitense viene coperto da sempre nuovi prestiti sottoscritti dai venditori attraverso il sistema bancario che emette titoli in dollari; il debito federale americano viene sottoscritto con larghezza, per la sua intrinseca convenienza finanziaria e valutaria, da investitori stranieri, le passività finanziarie degli Usa verso il resto del mondo sopravanzano le attività degli Usa nel resto del mondo con il conseguente deflusso netto verso l’estero di risorse correnti in termini di dividendi percepiti, interessi incassati e rendite maturate.

Questo è il processo di esborso di risorse sul piano finanziario che indebolisce lo statuto del dollaro come moneta di riserva: gli Usa, intesi come “sistema” economico, industriale e finanziario, non solo percepiscono dai pur colossali investimenti effettuati all’estero un flusso di risorse minore rispetto agli esborsi pagati all’estero, ma patiscono per la svalutazione delle monete in cui hanno investito all’estero.
Nella misura in cui il deficit commerciale americano non viene più compensato dall’attivo delle partite correnti (dividendi, interessi e rendite) relative ai servizi finanziari, finisce la “magia” della stabilità del dollaro: gli Usa non si devono indebitare verso l’estero solo per finanziare il deficit commerciale, ma anche per finanziare il costo del debito pubblico e lo squilibrio delle partite correnti relative alle partite finanziarie.

L’indebolimento recente del dollaro rispetto a tutte le altre principali valute mondiali, dall’euro allo yen, è la principale conseguenza del gravissimo indebitamento finanziario degli Usa verso l’estero.
Trump lo sa bene, ed ha imposto anche all’Unione europea una vera e propria misura estorsiva: invece di investire nella propria economia per competere alla pari con Usa e Cina, l’Unione europea deve destinarle alla reindustrializzazione americana.

Questo sì, ma solo per l’America, è il migliore degli accordi possibili: i dazi del 15% sono poco e nulla, al confronto.