Per Donald Trump, la parola più bella del dizionario è “tariffe”. Per gli investitori, tuttavia, il fascino potrebbe nascondere insidie ben più profonde.
Dalla sua recente dichiarazione di una “giornata di liberazione” commerciale, i mercati statunitensi hanno continuato a salire nonostante l’annuncio di aumenti tariffari più alti del previsto. Dopo un’iniziale pausa interpretata come segnale distensivo, la conferma dei nuovi accordi bilaterali — che mantengono comunque dazi ben superiori a quelli pre-Trump — non ha fermato il rally, sostenuto soprattutto dai solidi utili societari e dai dati macroeconomici favorevoli.
Ma dietro questo entusiasmo si celano segnali d’allarme. Secondo i calcoli aggiornati del Budget Lab di Yale, se tutti gli aumenti tariffari annunciati fino al 1° agosto entreranno in vigore, i consumatori americani affronteranno una tariffa effettiva media del 18,3%, la più alta dal 1934. E nuovi rialzi sono già stati annunciati.
Gli economisti sono quasi unanimi: un aumento così generalizzato delle tariffe porterà a una crescita del PIL statunitense più lenta e a una maggiore inflazione. Una combinazione storicamente negativa per le valutazioni azionarie.
Eppure, le proiezioni degli utili delle aziende USA non sembrano riflettere questo scenario. Le revisioni al rialzo superano quelle al ribasso e le previsioni per l’S\&P 500 nei prossimi 12 mesi si attestano all’11,4% — sopra la media decennale del 10,4%. Questo ottimismo poggia su tre presupposti discutibili:
1. L’economia americana è trainata principalmente dal mercato interno.
2. Le aziende riusciranno a trasferire i costi dei dazi sui consumatori.
3. Esperienze passate, come i dazi dell’era Nixon, non hanno avuto impatti duraturi sugli utili.
Analizzando più a fondo, però, si scopre che circa il 41% dei ricavi delle aziende dell’S\&P 500 proviene dall’estero. Quindi, anche se il PIL USA dovesse risentire solo moderatamente delle politiche commerciali, le ripercussioni globali potrebbero colpire più duramente le multinazionali americane. Inoltre, lo stesso Trump ha più volte affermato che le imprese dovrebbero “assorbire i dazi”, piuttosto che scaricarli sui clienti.
Alcuni osservatori paragonano l’attuale politica tariffaria a quella del 1971, quando Nixon introdusse dazi temporanei del 10%. Ma quell’intervento fu di breve durata e limitato. Il rischio reale, invece, è che si stia ripetendo il copione degli anni ’20 e ’30 del Novecento, segnati da aumenti tariffari massicci e prolungati — come il Fordney-McCumber Act del 1922 e lo Smoot-Hawley Act del 1930.
Le conseguenze storiche sono note: nel 1921 gli utili dell’S&P crollarono del 61%, e le azioni statunitensi persero il 44% dal picco del 1919. Parallelamente, le esportazioni mondiali in rapporto al PIL globale calarono drasticamente.
Il contesto odierno è certamente diverso, ma le connessioni tra commercio globale e crescita dei profitti rimangono forti. E i mercati sembrano scommettere non su un ritorno alla normalità, ma su uno scenario ideale e privo di ostacoli.
In questo contesto, l’apparente solidità del rally azionario americano potrebbe rivelarsi fragile. L’entusiasmo per le azioni tecnologiche e i dati macro positivi rischia di far dimenticare che l’aumento delle tariffe non è solo una scelta politica: è un cambiamento strutturale che può compromettere la crescita futura.