Il prezzo del protezionismo USA: vittoria tattica o rischio strategico per l’economia globale?

Redazione Money Premium

20 Settembre 2025 - 06:47

Dazi record e investimenti promessi rafforzano l’industria americana, ma i consumi interni rallentano e l’Europa reagisce con nuove contromosse

Il prezzo del protezionismo USA: vittoria tattica o rischio strategico per l’economia globale?

Negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno rilanciato una politica commerciale aggressiva, caratterizzata da dazi senza precedenti e accordi bilaterali personalizzati. I dati sembrano confermare un successo immediato: il gettito tariffario è balzato del 131% su base annua, toccando 127 miliardi di dollari a luglio, mentre il deficit commerciale di giugno è sceso al livello più basso dalla fine del 2023.

La strategia poggia sulla consapevolezza che gli Stati Uniti rappresentano circa il 30% dei consumi globali. Questa posizione conferisce a Washington una forza negoziale unica: partner e rivali, dall’Europa all’Asia, si trovano costretti ad accettare regole, tariffe e clausole pur di non perdere accesso a un mercato irrinunciabile. In pratica, il messaggio è chiaro: “pagate per entrare, oppure restate fuori”.

L’intesa con l’Unione Europea ne è un esempio lampante: Bruxelles ha annunciato impegni per 750 miliardi di dollari in energia statunitense e 40 miliardi in semiconduttori, oltre a concessioni regolatorie sulle tasse digitali e sul carbonio. Complessivamente, l’amministrazione rivendica investimenti esteri promessi per 5,1 trilioni di dollari. Tuttavia, analisi indipendenti segnalano che molte di queste cifre sono impegni pluriennali, spesso condizionati e difficili da verificare.

Il rovescio della medaglia è pesante: l’aliquota tariffaria media effettiva è tornata ai livelli del 1933, un periodo segnato dalla Grande Depressione e dal collasso del commercio internazionale. Secondo i calcoli dello Yale Budget Lab, il gettito doganale potrebbe arrivare al 2,6% del PIL, equivalendo di fatto a una nuova tassa che grava sui consumatori americani.

Finora le grandi imprese sembrano reggere: i margini netti dell’S\&P 500 hanno toccato il 12,8% nel secondo trimestre, superando la media quinquennale. Tuttavia, settori chiave come energia e immobiliare mostrano cali di redditività, mentre la spesa dei consumatori, corretta per l’inflazione, è rimasta piatta a giugno. Con l’indice dei prezzi manifatturieri ai massimi degli ultimi tre anni, la capacità delle aziende di scaricare i costi sui clienti rischia di ridursi.

Nonostante le concessioni, le economie europee non subiscono passivamente l’offensiva americana. L’attività delle imprese ha raggiunto un massimo di 14 mesi a luglio, segnale che i partner internazionali stanno cercando alternative e diversificazione per ridurre la dipendenza dal mercato statunitense. In questo senso, la politica protezionista di Washington potrebbe accelerare la nascita di nuove alleanze economiche in Asia ed Europa.

Il protezionismo di stampo trumpiano offre risultati immediati sul fronte fiscale e dell’industria americana, ma nasconde insidie a lungo termine: prezzi interni più alti, consumatori sotto pressione e partner internazionali alla ricerca di mercati alternativi. Ciò che oggi appare come una vittoria tattica potrebbe trasformarsi, domani, in un boomerang strategico.