I dazi di Trump ed i sogni di Keynes

Guido Salerno Aletta

08/08/2025

Gli USA di Trump puntano su dazi e produzione interna per riequilibrare la bilancia commerciale, rompendo equilibri consolidati e accendendo nuovi conflitti internazionali.

I dazi di Trump ed i sogni di Keynes

Con la nuova Presidenza di Donald Trump, gli Usa hanno arricchito lo strumentario della politica economica, che ora si basa su una sorta di Quadrilatero magico: da una parte ci sono le decisioni relative all’economia reale, basate non più sulle sole variabili classiche del bilancio pubblico, visto che sono state aggiunte sia quelle relative ai dazi sulle importazioni sia quelle relative agli investimenti produttivi forzosi che vengono imposti politicamente agli stranieri ed alle stesse imprese americane; dall’altra, rimangono quelle consuete relative alle variabili monetarie, con i tassi di interesse ed il rapporto di cambio.

Sono passati 78 anni dalla firma del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) il primo, storico, Accordo sulla liberalizzazione del commercio internazionale che fu firmato da 23 Paesi nel 1947. Dopo di allora, un passo alla volta nell’ambito del WTO, si sono susseguiti una serie di Round che hanno avuto come obiettivo la completa eliminazione dei dazi, dei contingenti e delle barriere ai traffici delle merci.

Tutta la teoria dello sviluppo economico si è basata sulla creazione del valore aggiunto, sul calcolo del Pil che ne derivava, in una condizione di concorrenza basata sulla libera disponibilità delle merci, materie prime e manufatti, alle stesse condizioni per tutti gli operatori. Il costo del lavoro e la tassazione rappresentavano comunque le variabili della concorrenza, ma intervenivano su una base comune.

Si ribaltava in questo modo l’assetto con cui gli Stati coloniali europei, ultimo l’Impero Britannico, avevano dominato per secoli il mondo intero attraverso una serie di relazioni commerciali basate sulle esclusive e sui dazi.
La violenza del processo di liberalizzazione dei commerci penalizzava i Paesi più poveri, quelli produttori delle materie prime vendute a basso costo, a tutto beneficio dei Paesi trasformatori che aggiungevano valore attraverso i processi industriali: non per un caso, venne escogitato lo slogan Trade for Aid (Commercio in cambio degli Aiuti internazionali), per forzare la mano e superare le loro ultime resistenze, condannandoli al sottosviluppo perenne. Solo i produttori di petrolio, coalizzandosi nel cartello dell’OPEC, sono riusciti a superare la condizione di concorrenza distruttiva e di sfruttamento in cui erano stati tenuti per decenni.

La liberalizzazione dei commerci ebbe come ulteriore conseguenza la competizione tra sistemi produttivi, tra Stati, che si riverberava sul saldo commerciale e quindi sulle rispettive valute: mentre i Paesi eccedentari accumulavano oro e riserve valutarie, i Paesi deficitari dovevano indebitarsi e svalutare il cambio per ridurre le importazioni e rendere più convenienti le esportazioni. Non c’era più la possibilità di usare i dazi per ridurre le importazioni eccessive, favorendo le produzioni interne: questa fu la regola fondamentale della Comunità Economica Europea, che scaricó sui cambi valutari le tensioni commerciali. L’Italia, che aveva una inflazione comparativamente più elevata rispetto ai partner, recuperava periodicamente la competitività di prezzo dei propri prodotti svalutando la lira: solo con l’adozione dell’euro questa pratica fu drasticamente eliminata.

Gli Usa, che si sono imposti politicamente ed economicamente in Occidente fin dalla fine della Prima Guerra Mondiale, con gli Accordi di Bretton Woods si erano illusi di poter equilibrare l’intero sistema valutario mondiale impegnandosi alla convertibilità internazionale del dollaro in oro: in pratica, a cedere annualmente l’oro delle proprie riserve ai Paesi con cui aveva registrato un disavanzo commerciale. Gli Istituti centrali di questi Paesi, come l’Ufficio Italiano Cambi che aveva come capo il Governatore della Banca d’Italia, accumulavano dollari per conto degli esportatori che per legge non potevano detenerli in quanto obbligati a cambiarli in lire: alla fine dell’anno, restituivano i dollari al Tesoro americano che li cambiava in oro, mantenuto fiduciariamente in deposito a Fort Knox. Questo è il motivo per cui c’è tanto oro delle riserve ufficiali della Banca d’Italia che è ancora detenuto negli Usa: mentre gli esportatori italiani accumulavano, in cambio dei dollari guadagnati, le lire date loro in cambio dalla Banca d’Italia, quest’ultima accumulava oro.

Gli Usa, già nell’agosto 1971 dichiararono il recesso unilaterale dagli Accordi di Bretton Woods: in pratica, si rifiutarono di onorare l’impegno a cambiare in oro i dollari detenuti dai Paesi esportatori netti. I rispettivi Istituti centrali dovevano accontentarsi di tenersi in cassaforte i dollari di carta, da tenere come riserve al pari dell’oro.
Da allora, ripetutamente, gli Usa hanno cercato di forzare la mano ai Paesi esportatori netti, come il Giappone, il Regno Unito, la Germania e la Francia, per riequilibrare la propria bilancia commerciale perennemente in passivo.
L’ultima volta risale esattamente a 22 settembre 1985, quando gli Usa imposero ai Partner del G5 una forte rivalutazione delle rispettive monete ed una politica economica espansiva, per riassorbire all’interno la produzione che veniva esportata negli Usa. Fu una forzatura durissima, da parte del Presidente Ronald Reagan che con la sua politica espansiva aveva accumulato un enorme duplice deficit, federale e commerciale, cui si pose rimedio solo anni dopo, con gli Accordi del Louvre.

Ebbene, da allora niente è cambiato, perché gli Stati Uniti hanno continuato ad avere un disavanzo strutturale per merci a mala pena compensato dalle partite relative ai servizi ed ai flussi di pagamento per rendite, dividendi ed interessi.
La dinamica delle passività degli Usa verso l’estero denota la estrema gravità della situazione: la posizione patrimoniale netta sull’estero, cioè la differenza tra le attività e le passività finanziarie estere dei residenti negli Stati Uniti, era passiva per 24,61 trilioni di dollari alla fine del primo trimestre 2025. Le attività all’estero ammontavano a 36,85 trilioni di dollari mentre le passività verso l’estero erano di 61,47 trilioni di dollari. Alla fine del quarto trimestre 2024, la posizione patrimoniale netta era ulteriormente peggiorata, arrivando a -26,54 trilioni di dollari. Invece, è stato registrato un miglioramento di 1,92 trilioni di dollari della posizione patrimoniale netta tra il quarto trimestre 2024 ed il primo trimestre 2025: un risultato derivante da un saldo negativo delle transazioni finanziarie nette per 277,5 miliardi di dollari, e da una rivalutazione positiva dovuta all’andamento del prezzo degli asset e dei tassi di cambio, di 2,20 trilioni di dollari: qui c’è il primo effetto della gestione della Amministrazione Trump, visto che il dollaro si è svalutato rispetto alle altre valute e di conseguenza si sono svalutati anche gli asset detenuti in America da parte dei Non Residenti, mentre è correlativamente aumentato il valore degli asset in valute straniere che sono detenuti nel resto del mondo dai Residenti in America.

Svalutare il dollaro significa dunque sia rendere più costose le importazioni di merci che svalutare il debito americano verso l’estero. Svalutare il dollaro significa dunque ridurre il valore degli investimenti stranieri negli Usa, e questo comporta una riduzione della appetibilità degli asset quotati a Wall Street, minando una condizione fondamentale per la centralità finanziaria degli Stati Uniti rispetto al Resto del Mondo.
L’utilizzo dei dazi come strumento di politica economica riduce la necessità di fare leva sul cambio per riequilibrare il deficit commerciale, creando condizioni artificiali di sostituibilità di prezzo tra le merci importate che costano di più per via dei dazi e delle merci prodotte all’interno che non sono colpite dai dazi.

Il problema americano sta soprattutto nella carenza di produzione industriale interna, ed è per questo che Trump sta imponendo ai partner stranieri ed alle stesse imprese statunitensi di effettuare investimenti produttivi negli Usa: i capitali devono essere immessi nel circuito dell’economia reale e non essere destinati all’acquisto di asset finanziari come è avvenuto finora.
Nell’impostazione di Trump, rispetto agli strumenti di politica economica disponibili in passato per riequilibrare i conti con l’estero non ci sarebbe più bisogno né di tagliare i salari reali per aumentare la competitività delle esportazioni, né di aumentare la tassazione per ridurre la domanda interna e dunque le importazioni, come si è fatto da anni in Italia. D’altra parte, l’appartenenza all’Unione europea preclude in ogni caso l’imposizione di dazi da parte dei singoli Stati.
Il riequilibrio della bilancia commerciale americana era indifferibile: tagliare i salari dei lavoratori ed aumentare la tassazione, come si è fatto in Italia, avrebbe ridotto comunque le importazioni e conseguentemente il saldo attivo dei Paesi esportatori. Non solo la recessione americana sarebbe stata inevitabile, ma la minore domanda interna avrebbe scoraggiato gli investimenti produttivi interni volti a sostituire le importazioni.

Il collasso dell’economia americana sarebbe stato un problema per tutti.
Ora siamo a metà del guado, visto che il 7 agosto sono entrati in vigore i dazi compensativi che hanno scardinato rapporti commerciali consolidati da decenni: con i dazi, gli Usa stanno cercando di scaricare sull’estero il maggior costo possibile del riaggiustamento interno.
Essendo venuto meno il paradigma storico del pareggio dei conti con l’estero ed essendo stato paradossalmente accettato il principio teorico opposto, secondo cui il Paese che fornisce la moneta di riserva deve necessariamente avere i conti esteri in disavanzo, si era arrivati ad una situazione in cui la dinamica in cui gli Usa erano i compratori globali di ultima istanza non era più sostenibile.
Non esistono precedenti per prevedere che cosa accadrà in futuro: sicuramente, si apre una fase di conflittualità complessiva, di disordine.

Si dovrebbe accettare un nuovo paradigma di riferimento: saldo commerciale in pareggio strutturale per tutti e moneta internazionale comune, non egemonizzata da alcuno Stato. Nel 1944 era questo il sogno di Keynes, ai tempi degli Accordi di Bretton Woods.
Ottant’anni dopo, lo scenario internazionale rimane immutato. Ed è l’America che continua, nonostante sia il più grande debitore del mondo, a perseguire lo stesso sogno imperiale di allora, quello di Trump: Make America Great Again.