L’amministrazione di Donald Trump, nel quadro di una strategia economica sempre più muscolare, ha annunciato l’introduzione di nuovi dazi del 50% su una vasta gamma di beni provenienti da India e Brasile, due pilastri del gruppo BRICS. La misura segna un’escalation nella retorica protezionista del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali USA del 2024, e solleva interrogativi profondi sulla tenuta del sistema multilaterale del commercio internazionale.
La Casa Bianca ha giustificato i dazi contro l’India citando l’ostinata decisione di Nuova Delhi di continuare ad acquistare petrolio dalla Russia, eludendo le pressioni statunitensi per isolare Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. L’India, secondo i dati del Ministero del Petrolio indiano, ha importato circa 1,9 milioni di barili al giorno di greggio russo nel primo semestre del 2025, diventando di fatto uno dei principali acquirenti mondiali.
Il caso brasiliano è invece politicamente più delicato: Trump accusa il governo di Luiz Inácio Lula da Silva di perseguitare l’ex presidente Jair Bolsonaro, suo stretto alleato, incriminato per presunta cospirazione golpista dopo le elezioni del 2022. I nuovi dazi colpiscono settori strategici come agricoltura, metalli e materie prime, proprio nel momento in cui il Brasile sta cercando di consolidare i legami economici con l’Asia, soprattutto con la Cina.
Queste misure rischiano di ottenere l’effetto opposto rispetto a quello auspicato da Washington. L’aggressività commerciale degli Stati Uniti potrebbe infatti contribuire a rinsaldare le relazioni all’interno del già fragile gruppo BRICS. Nato nel 2009 con l’ambizione di offrire un contrappeso al dominio economico del G7, il gruppo — formato inizialmente da Brasile, Russia, India e Cina, con l’aggiunta del Sudafrica nel 2010 — ha recentemente esteso i propri ranghi includendo altri paesi come Indonesia, Iran, Arabia Saudita, ed è sostenuto da nove «partner» tra cui Nigeria, Thailandia e Malaysia.
La visita ufficiale annunciata dal primo ministro indiano Narendra Modi a Pechino — la prima dopo oltre sette anni — sembra essere un segnale chiaro del nuovo clima. Anche il presidente Lula ha confermato l’intenzione di avviare una consultazione diretta con India e Cina per una risposta coordinata alle sanzioni statunitensi. «Dobbiamo capire come ciascuno sta reagendo e prendere decisioni comuni», ha dichiarato Lula, sottolineando che «i BRICS rappresentano dieci economie del G20».
Eppure, dietro i proclami di unità, le crepe restano. I flussi commerciali interni ai BRICS sono storicamente deboli. Secondo un’analisi di Eurizon SLJ, solo il 14% del commercio dei cinque membri fondatori avviene tra loro. La Cina, da sola, concentra appena il 9% delle sue esportazioni verso altri paesi BRICS, contro il 15% diretto agli Stati Uniti. Tuttavia, il commercio bilaterale tra Russia e Cina ha toccato un massimo storico di 244,8 miliardi di dollari nel 2024, mentre Pechino è il primo partner commerciale del Brasile, assorbendo il 28% delle sue esportazioni e coprendo il 24% delle sue importazioni. Circa il 70% delle importazioni cinesi di soia proviene dal Brasile.
Questi numeri indicano che una forma di convergenza economica all’interno del blocco è in atto, anche se ancora limitata. Le nuove pressioni da parte di Washington potrebbero accelerare questo processo. In particolare, cresce l’interesse verso una maggiore cooperazione in campo valutario e finanziario, come dimostrano le recenti discussioni sulla creazione di un sistema di pagamento alternativo al dollaro.
La strategia di Trump si inserisce in una visione del commercio internazionale incentrata sulla bilateralità e sull’uso del potere economico come leva geopolitica. Ma nel contesto di un mondo multipolare e frammentato, la possibilità di spingere paesi come India e Brasile a concessioni unilaterali appare sempre più remota. Al contrario, l’approccio coercitivo rischia di rafforzare l’autonomia strategica di questi attori.
Resta da vedere se la reazione dei BRICS sarà solo simbolica o evolverà in una vera alleanza economica e politica. Ma un dato è certo: la nuova guerra dei dazi riapre la stagione dei blocchi e conferma che la globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è sempre più sotto attacco — anche da chi l’aveva guidata.