Quanto costa un divorzio in Italia? Le spese per divorziare o separarsi

Emanuele Di Baldo

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Da 16 euro in Comune a oltre 15.000 in tribunale: ecco quanto costa un divorzio (o una separazione) in Italia tra avvocato, contributo unificato e altre spese.

Quanto costa un divorzio in Italia? Le spese per divorziare o separarsi

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Quanto costa un divorzio in Italia? Quando un matrimonio entra in crisi uno degli aspetti che spesso vengono presi in considerazione è quello delle spese da dover affrontare, che vanno dai 16 euro di un accordo firmato in Comune fino a oltre 15.000 euro per una causa giudiziale complessa. A fare la differenza è la procedura che si sceglie, o quella a cui si è costretti quando manca un accordo.

In Italia la separazione e il divorzio sono due istituti giuridici distinti che regolano la fine del rapporto coniugale, ma con effetti e finalità differenti (qui il nostro focus su quale sia la soluzione migliore a seconda dei casi).

La separazione è una fase temporanea in cui i coniugi vengono autorizzati a vivere separati, sospendendo alcuni obblighi matrimoniali come la convivenza e la fedeltà. Tuttavia il matrimonio non viene sciolto e marito e moglie restano legalmente sposati, mantenendo alcuni diritti e doveri reciproci, come l’assistenza morale e materiale.

Il divorzio invece è la cessazione definitiva del matrimonio, con il vincolo coniugale che viene sciolto tanto che i coniugi riacquistano lo stato civile di «non coniugato» potendo contrarre volendo nuove nozze. Per arrivarci la separazione resta un passaggio obbligato: con la legge sul divorzio breve (legge n. 55/2015) servono sei mesi di separazione se consensuale e dodici mesi se giudiziale.

Stando al report Istat diffuso il 19 gennaio 2026 e relativo al 2024 - gli ultimi dati disponibili -, in Italia ci sono state 75.014 separazioni e 77.364 divorzi, in calo rispettivamente del 9% e del 3,1% rispetto all’anno precedente. Quasi un terzo delle separazioni e più di un terzo dei divorzi si è concluso fuori dai tribunali, in Comune oppure con la negoziazione assistita.

Vediamo allora nel dettaglio tutte le spese da dover affrontare in caso di divorzio o separazione, un tema che come abbiamo visto interessa decine di migliaia di italiani ogni anno.

Quanto costa un divorzio? Il confronto tra le procedure

Prima di entrare nel dettaglio, ecco il quadro d’insieme delle strade possibili. Gli onorari sono stime orientative: in Italia non esistono tariffe fisse e i compensi variano in base alla complessità del caso, allo studio legale e alla zona geografica.

ProceduraContributo unificatoOnorari avvocato (stima)Tempi indicativiQuando è possibile
Accordo in Comune Non dovuto (diritto fisso di 16 euro) Assistenza facoltativa Almeno 30 giorni tra firma e conferma Nessun figlio minore o non autosufficiente, nessun trasferimento patrimoniale
Negoziazione assistita Non dovuto 1.500-3.000 euro per ciascun avvocato (due obbligatori) 1-3 mesi Accordo tra i coniugi, ammessa anche con figli minori
Consensuale in tribunale 43 euro 1.000-3.000 euro con avvocato unico, 1.500-5.000 con due legali 2-10 mesi Accordo completo su tutti i punti
Giudiziale 98 euro 2.000-10.000 euro, oltre 15.000 nei casi complessi 1-5 anni Mancato accordo su uno o più punti

Quanto costa divorziare consensualmente

Il costo di un divorzio in Italia varia significativamente a seconda che si tratti di un divorzio consensuale - senza contenzioso - o giudiziale.

Il divorzio consensuale avviene quando i coniugi sono d’accordo su tutte le varie condizioni: dall’affidamento dei figli fino all’assegno e alla casa.

Il primo costo da dover sostenere è quello dell’avvocato che, nel caso del divorzio consensuale, può essere unico per tutti e due: in quel caso la spesa solitamente va da 1.000 a 3.000 euro, in base alla complessità del caso, e viene di norma divisa tra i coniugi.

Se invece i coniugi scelgono di affidarsi a due avvocati distinti, a quel punto il costo aumenta e solitamente parte da 1.500 fino a 5.000 euro. A prescindere è meglio sempre chiedere prima un preventivo, che dal 2017 l’avvocato è tenuto a fornire per iscritto in base all’articolo 13 della legge n. 247/2012. Agli onorari si sommano il 4% di contributo per la Cassa forense e l’IVA al 22%.

In più deve essere considerato il contributo unificato da 43 euro per il deposito del ricorso congiunto in tribunale. Non è invece dovuta l’anticipazione forfettaria da 27 euro prevista per altre cause civili, e i certificati richiesti per separazione e divorzio sono esenti da bollo.

I tempi dipendono dal carico del singolo tribunale e vanno indicativamente da due a dieci mesi. È la via da seguire quando l’accordo è completo ma la presenza di figli minori o di questioni patrimoniali richiede il passaggio davanti al giudice.

In alternativa il divorzio consensuale può essere fatto anche in Comune senza avvocato - se non ci sono figli minori o non autosufficienti e nessun patrimonio da trasferire - per una spesa di soli 16 euro, ma di questo parleremo in maniera più approfondita in seguito.

Quanto costa il divorzio giudiziale

Al divorzio giudiziale - con contenzioso - si ricorre invece quando i coniugi non trovano un accordo per porre fine al proprio matrimonio in maniera consensuale, anche solo su uno degli aspetti in gioco tra affidamento, casa, assegno e patrimonio.

Si tratta della fattispecie più dispendiosa perché il procedimento giudiziale è piuttosto lungo e complesso. È un’eventualità frequente nelle cause di divorzio perché, mancando l’accordo delle parti, è necessario approfondire numerosi fattori prima di giungere alla sentenza, con una durata che può andare da uno a cinque anni.

Durante un divorzio giudiziale il costo di avvocato in media è di 7.000 euro, con l’onorario che può oscillare tra un minimo di 2.000 euro e un massimo di 10.000 euro: gli interessi delle parti sono particolarmente in contrasto e la mole di lavoro è maggiore. Nei casi più articolati, con figli minori, immobili e quote societarie da dividere, il conto può superare i 15.000 euro. Si tratta naturalmente dei parametri di riferimento quando non è possibile avvalersi del gratuito patrocinio. Se però l’accordo arriva già alla prima udienza, la parcella resta vicina a quella di partenza.

È poi necessario aggiungere alla spesa legale il contributo unificato di 98 euro, le eventuali consulenze tecniche d’ufficio disposte dal giudice (ad esempio sull’affidamento o sulla stima dei beni), le spese processuali (in media da 1.500 a 4.000 euro), che il giudice può porre a carico del coniuge soccombente oppure compensare tra le parti, e l’eventuale risarcimento stabilito dal giudice come il risarcimento danni per tradimento.

Infine può essere deliberato un assegno divorzile e di mantenimento, ma occorre sempre ricordare che si può trasformare una causa di divorzio giudiziale in consensuale se le parti durante il processo riescono a trovare un accordo.

Divorziare senza causa civile: la negoziazione assistita

Il divorzio ha un costo nettamente minore quando è possibile optare per la convenzione di negoziazione assistita, evitando lunghe cause in tribunale. La negoziazione assistita consente alle parti di risolvere la controversia senza instaurare un vero e proprio procedimento civile, bensì con l’assistenza diretta di avvocati. Questa procedura prevede in ogni caso la partecipazione di due avvocati, uno per parte, dunque non si può dividere il costo dell’onorario di un unico avvocato (come invece è possibile fare in altre procedure).

Questo è previsto dalla legge perché in fase di negoziazione le parti hanno interessi e posizioni differenti, e non sarebbe possibile per un unico avvocato far valere equamente gli interessi di entrambi. In media, un avvocato che assiste una negoziazione chiede un onorario di circa 2.000 euro, quindi si tratta di una modalità piuttosto economica, oltre che più rapida: in genere la procedura si chiude in uno-tre mesi. In base alla difficoltà dell’accordo l’onorario va da 1.500 a 3.000 euro (a meno che non ci si avvalga del gratuito patrocinio, ammesso anche qui dopo la Riforma Cartabia).

Non si paga il contributo unificato e, come per tutti gli atti di separazione e divorzio, valgono le esenzioni da imposta di bollo e di registro previste dall’articolo 19 della legge n. 74/1987. A differenza della procedura in Comune, la negoziazione assistita è ammessa anche in presenza di figli minori o non autosufficienti: in quel caso l’accordo va trasmesso entro dieci giorni al Procuratore della Repubblica presso il tribunale, che lo autorizza se risponde all’interesse dei figli. Senza figli in queste condizioni basta il nulla osta.

Divorziare senza pagare avvocati: ecco quando è possibile (e come fare)

Esiste anche la possibilità di divorziare senza avvalersi di un avvocato per la negoziazione e tantomeno senza instaurare una causa civile. La legge consente infatti di richiedere il divorzio direttamente al Comune, davanti all’ufficiale di stato civile, per il quale l’unico costo è rappresentato dal diritto fisso di 16 euro.

Questo tipo di divorzio, tuttavia, è possibile soltanto quando:

  • i coniugi sono d’accordo.
  • non ci sono figli minori.
  • non ci sono figli maggiorenni non autosufficienti economicamente.
  • non ci sono figli portatori di handicap grave.
  • non ci sono figli con incapacità.
  • non sono necessari patti di trasferimento patrimoniale, come la divisione di beni o la cessione della casa (ma è consentito l’assegno periodico al coniuge con reddito minore).

I coniugi devono presentarsi due volte di persona: alla firma dell’accordo e alla conferma, fissata non prima di trenta giorni. La procedura non accorcia i termini del divorzio breve, che devono essere già trascorsi dalla separazione. Quando queste condizioni sono rispettate, la procedura in Comune è senza dubbio la via migliore, poiché ai tempi rapidi si unisce il costo totale di soli 16 euro (per i diritti all’ufficio di stato civile).

Quanto costa separarsi consensualmente (e non)

Il costo di una separazione consensuale in Italia è generalmente più contenuto rispetto alla separazione giudiziale, come nel caso del divorzio.

Anche la separazione consensuale è possibile quando i due coniugi sono d’accordo su tutti i vari aspetti, con il costo per un avvocato che va da 1.000 a 2.000 euro, anche se pure in questo caso si può risparmiare optando per l’avvocato unico.

In maniera analoga al divorzio consensuale dovrà essere pagato il contributo unificato da 43 euro per il deposito in tribunale, mentre con la negoziazione assistita il contributo non è dovuto.

Infine c’è sempre la possibilità - nei casi elencati nel paragrafo precedente - di separarsi consensualmente in Comune e senza avvocati pagando solamente il diritto fisso di 16 euro.

E la separazione giudiziale?

La separazione giudiziale è la forma più costosa e lunga di separazione, perché si ricorre al giudice quando i coniugi non trovano un accordo su uno o più aspetti (figli, casa, patrimonio o mantenimento).

Il costo per l’avvocato può variare da 2.000 a 8.000 euro, a cui si aggiunge il contributo unificato di 98 euro, ma in media considerando anche tutti i costi collaterali elencati per il divorzio giudiziale si spende complessivamente in Italia tra i 3.000 e i 5.000 euro. Una cifra che va considerata due volte, perché al termine della separazione giudiziale segue il procedimento di divorzio.

Separazione e divorzio con un unico ricorso

Con la Riforma Cartabia (decreto legislativo n. 149/2022), applicata ai procedimenti avviati dal 28 febbraio 2023, è possibile chiedere separazione e divorzio nello stesso ricorso. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28727 del 16 ottobre 2023, ha confermato che il cumulo è ammesso anche quando la domanda è congiunta.

Il tribunale pronuncia prima la separazione e, una volta maturati i termini, decide sul divorzio nello stesso fascicolo, senza aprire una seconda causa. Il contributo unificato resta dovuto per entrambe le domande (43+43 euro se congiunte, 98+98 euro se contenziose), ma il risparmio arriva sulle ore di assistenza legale e sui tempi complessivi. Per i dettagli procedurali: divorzio breve 2026: tempi e procedura.

Le voci che fanno salire il costo del divorzio

La presenza di figli minori è la variabile con l’impatto maggiore: affidamento, collocazione, frequentazione e contributo al mantenimento richiedono più ore di assistenza legale. Dal 2023, inoltre, nei ricorsi che riguardano figli minori va allegato il piano genitoriale previsto dall’articolo 473-bis.12 del codice di procedura civile, con impegni quotidiani, attività scolastiche ed extrascolastiche e frequentazioni dei figli.

L’altra voce pesante è la divisione del patrimonio: perizie di stima, atti notarili per i trasferimenti di proprietà, quote societarie o mutui cointestati. In regime di comunione dei beni la divisione avviene in parti uguali, in quello di separazione dei beni occorre documentare gli acquisti di ciascuno. I trasferimenti immobiliari inseriti negli accordi di separazione o divorzio, però, sono esenti da imposta di bollo e di registro in base all’articolo 19 della legge n. 74/1987, un risparmio concreto su immobili di valore medio-alto.

Assegno di mantenimento: le conseguenze fiscali

L’assegno di mantenimento viene solitamente valutato per il suo peso mensile, ma ha anche un riflesso sulla dichiarazione dei redditi. In base all’articolo 10, comma 1, lettera c) del TUIR, chi versa l’assegno periodico al coniuge lo deduce dal proprio reddito complessivo. Con l’aliquota IRPEF del 33%, applicata dal 2026 ai redditi tra 28.000 e 50.000 euro, ogni 1.000 euro di assegno dedotto vale circa 330 euro di imposta in meno.

La deduzione riguarda solo l’assegno destinato al coniuge: quello per i figli non è deducibile per chi paga né tassato per chi lo riceve. Se il provvedimento non distingue le due quote, l’assegno si considera destinato per metà al mantenimento dei figli. Il coniuge che riceve l’assegno, invece, deve dichiararlo come reddito assimilato a quello di lavoro dipendente e pagarci l’IRPEF. Tutti i dettagli per la compilazione sono nell’approfondimento sull’assegno di mantenimento in dichiarazione dei redditi.

IMU sulla casa coniugale dopo la separazione

Il coniuge a cui il giudice assegna la casa coniugale è titolare di un diritto di abitazione e diventa il soggetto passivo IMU. L’esenzione prevista per l’abitazione principale, però, non scatta in automatico: con l’ordinanza n. 4303 del 19 febbraio 2025 la Corte di Cassazione ha chiarito che l’assegnatario deve avere nell’immobile sia la residenza anagrafica sia la dimora abituale. In caso contrario l’imposta è dovuta.

Il coniuge non assegnatario che resta comproprietario ma ha lasciato la casa non paga l’IMU su quell’immobile, e ciascun ex coniuge può ottenere l’esenzione sulla propria nuova abitazione principale. Il quadro dei casi particolari è nell’approfondimento sull’esenzione IMU per separazione e divorzio.

Gratuito patrocinio: quando le spese legali le paga lo Stato

Chi ha redditi bassi può chiedere il patrocinio a spese dello Stato, valido per separazioni e divorzi consensuali e giudiziali e, dopo la Riforma Cartabia, anche per la negoziazione assistita. Il limite è fissato a 13.659,64 euro di reddito imponibile IRPEF annuo dal decreto del Ministero della Giustizia del 22 aprile 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 luglio 2025, e vale per il biennio 2025-2026, con il prossimo aggiornamento atteso nel 2027.

Il riferimento è il reddito imponibile risultante dall’ultima dichiarazione, non l’ISEE. Di norma si sommano i redditi dei familiari conviventi, ma nelle cause di separazione e divorzio il reddito del coniuge viene escluso dal calcolo per conflitto di interessi, come previsto dall’articolo 76 del DPR n. 115/2002. Restano invece da considerare i redditi degli altri conviventi, come i figli maggiorenni o un nuovo partner.

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