Quanto costa un divorzio in Italia? La guida alle spese

Emanuele Di Baldo

15 Giugno 2026 - 17:03

Divorziare in Italia non è a saldo zero, anzi. A seconda della tipologia, le spese totali possono prevedere anche delle parcelle salate per legali e passaggi burocratici

Quanto costa un divorzio in Italia? La guida alle spese

Da 16 euro a oltre 15.000 a persona. È questa la forbice reale del costo di un divorzio in Italia oggi, e dire che sorprende molte coppie è un eufemismo. Dietro questa oscillazione c’è però una risposta semplice: tutto dipende dalla procedura scelta, o da quella a cui si è costretti.

I numeri parlano chiaro. Secondo il report ISTAT diffuso a gennaio 2026, nel 2024 in Italia si sono registrate 75.014 separazioni e 77.364 divorzi, entrambi in calo rispetto all’anno precedente, ma comunque un volume enorme di famiglie alle prese con questa realtà ogni anno.

La nostra analizza ogni percorso disponibile con i costi reali (contributi, onorari, spese accessorie) e quelli che quasi nessuno calcola in anticipo: l’impatto fiscale dell’assegno di mantenimento, le insidie dell’IMU sulla casa coniugale, il gratuito patrocinio per chi ha redditi bassi. Perché divorziare non costa solo l’avvocato.

Separazione e divorzio: come funziona il sistema italiano

Prima di tutto, la struttura. La legge italiana prevede un sistema bifasico: la separazione è il primo passo obbligatorio e interrompe gli obblighi di coabitazione e fedeltà, ma mantiene intatto il vincolo matrimoniale. Il divorzio lo scioglie definitivamente, restituendo piena libertà civile a entrambi, inclusa la possibilità di risposarsi.

Dal 2015, la legge sul divorzio breve ha accorciato i tempi di attesa: sei mesi dalla prima comparizione consensuale, dodici mesi per quella contenziosa. Ma la vera svolta è arrivata con la Riforma Cartabia, in vigore dal marzo 2023: grazie al rito unificato, oggi è possibile depositare nello stesso ricorso la domanda di separazione e quella di divorzio. Il giudice emette prima una pronuncia parziale di separazione, poi prosegue direttamente verso il divorzio definitivo senza aprire un secondo procedimento (meno passaggi, meno tempo, meno parcelle).

Tutto ruota attorno a un elemento: esiste o no un accordo tra i coniugi su tutti i punti fondamentali, vale a dire figli, patrimonio, casa familiare, assegno? Se c’è, si aprono tre procedure consensuali distinte. Se manca su qualsiasi aspetto, la strada diventa quella giudiziale.

I quattro percorsi disponibili: una tabella comparativa

Prima di entrare nel dettaglio, ecco il quadro d’insieme con le stime realistiche degli onorari legali — che in Italia non sono fissi e variano per complessità, studio e area geografica.

Procedura Contributo unificato Onorari avvocato (stima) Durata Condizioni
Consensuale in Comune €16 Facoltativo (€300/coniuge) Poche settimane Nessun figlio minore; no trasferimenti immobiliari agevolati
Negoziazione assistita Esente €500–3.000/coniuge 1–3 mesi 2 avvocati obbligatori; accordo già raggiunto o da costruire
Consensuale in Tribunale €43 Da €1.200/coniuge 2–10 mesi Accordo completo tra i coniugi
Giudiziale €98 Da €1.500 fino a €15.000+ 1–5 anni Mancanza di accordo su uno o più punti

Divorzio consensuale in Comune: la soluzione da 16 euro

€16. Non è un refuso: è il diritto fisso da versare all’ufficiale di stato civile al momento della sottoscrizione dell’accordo. Nessuna marca da bollo aggiuntiva, nessun contributo unificato. L’assistenza di un avvocato è facoltativa e, per chi vuole una verifica legale del testo, il costo supplementare è circa €300 a coniuge.

Le condizioni, però, sono vincolanti e nella pratica escludono la maggior parte dei casi. La procedura è percorribile solo in assenza di figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, e senza trasferimenti immobiliari con agevolazioni fiscali: non consente, cioè, di trasferire la proprietà della casa sfruttando le esenzioni previste per gli accordi di separazione. In tutti gli altri casi è necessario ricorrere a un’altra strada.

Un dettaglio che si dimentica spesso: anche questa procedura presuppone che siano già trascorsi i termini di separazione previsti dalla legge (sei mesi per quella consensuale, dodici per quella giudiziale). Il divorzio in Comune non li azzera.

Negoziazione assistita: rapida, economica e senza udienza

La negoziazione assistita è la procedura consensuale che negli ultimi anni ha ridisegnato il panorama delle separazioni. Elimina la comparizione in aula, non prevede il pagamento del contributo unificato e garantisce tempi di chiusura tra uno e tre mesi. Due avvocati, uno per parte, assistono obbligatoriamente i coniugi nell’iter.

I costi oscillano tra €500 e €3.000 a persona, in base alla complessità del caso e al numero di incontri necessari. Se l’intesa è già sostanzialmente raggiunta, si parte da circa €800; quando la negoziazione deve costruire l’accordo punto per punto, si supera €1.000, con onorari minimi che negli studi specializzati si attestano spesso intorno a €1.200 a coniuge.

Il vantaggio fiscale non è trascurabile: contributo unificato, imposta di bollo e tassa di registro non si applicano quando le disposizioni patrimoniali sono funzionali alla risoluzione della crisi matrimoniale. Le spese si limitano agli onorari professionali e ai costi per documenti e notifiche. A differenza della procedura in Comune, la negoziazione assistita è ammessa anche in presenza di figli minori, con il necessario nulla osta del Procuratore della Repubblica.

Divorzio consensuale in Tribunale: cosa cambia?

Il ricorso congiunto al tribunale comporta un contributo unificato di €43 e onorari legali che partono da €1.200 a coniuge. Se entrambi i coniugi optano per lo stesso avvocato - possibilità ammessa nei procedimenti consensuali non contenziosi - il costo si suddivide tra i due.

I tempi dipendono dal carico del tribunale: da due a dieci mesi, con variazioni significative tra gli uffici giudiziari del Nord e quelli del Centro-Sud. È la via da seguire quando esiste un accordo completo ma la situazione richiede la validazione giudiziale, ad esempio in presenza di figli minori oppure di condizioni patrimoniali che si preferisce formalizzare davanti al giudice.

La separazione consensuale che necessariamente precede il divorzio ha costi analoghi: da €1.500 con il ricorso al tribunale, a partire da €800 con la negoziazione assistita. Con il rito unificato introdotto dalla Riforma Cartabia, i due procedimenti possono essere condensati in un unico ricorso, riducendo costi e tempi complessivi in modo concreto.

Divorzio giudiziale: il percorso dove il conto sale davvero

L’assenza di accordo - su affidamento, casa, assegno, patrimonio - rende inevitabile il percorso giudiziale. Il contributo unificato sale a €98, ma è la voce meno rilevante del totale.

L’onorario legale base parte da circa €1.000: un acconto entro due giorni dal primo colloquio, con il saldo alla prima udienza fissata tre-quattro mesi dopo il deposito del ricorso. Se le parti raggiungono un accordo in quella sede, la parcella si mantiene al livello iniziale. Se la causa prosegue, i costi si moltiplicano.

Per le cause di bassa complessità, la spesa totale degli onorari si attesta tra €1.500 e €3.000; per quelle di media complessità si arriva a €15.000, con i casi più articolati che superano €19.500 al netto di contributi previdenziali e IVA al 22%. Gli studi specializzati applicano tariffe da €4.000 a €6.000 per procedure standard, con punte fino a €12.000–€15.000 nei casi complessi. A queste voci si aggiungono le consulenze tecniche d’ufficio (CTU), che costano tra €1.000 e €3.000, più notifiche, copie processuali e certificazioni per altri €300–600.

La durata complessiva - da uno a cinque anni, con una media tra dodici e trentasei mesi - moltiplica proporzionalmente ogni voce. E questo vale due volte: la separazione giudiziale che precede il divorzio ha gli stessi costi di impianto, con contributo unificato a €98 e onorari tra €3.000 e €8.000 a seconda della complessità. Il rito unificato riduce questo effetto moltiplicatore, ma non lo azzera nei casi più conflittuali.

I fattori che fanno lievitare il conto

Indipendentemente dalla procedura, alcune variabili incidono in modo determinante sulla spesa finale.

La presenza di figli minori è quella con l’impatto maggiore. Ogni nodo aperto (affidamento, collocazione prevalente, modalità di visita, contributo al mantenimento) aggiunge ore di assistenza legale e potenziale conflittualità. La Riforma Cartabia del 2023 ha introdotto l’obbligo del piano genitoriale: un documento che definisce nel dettaglio impegni quotidiani, attività scolastiche ed extrascolastiche, relazioni sociali dei figli minori. Un adempimento che richiede attenzione, ma che riduce i contenziosi futuri.

La divisione del patrimonio immobiliare è l’altro grande fattore. Perizie di stima, consulenze notarili per i trasferimenti di proprietà, divisione di quote societarie o quote di mutuo: ogni passaggio ha il suo costo. In regime di comunione dei beni la divisione avviene al 50%; in quello di separazione dei beni occorre documentare puntualmente gli acquisti individuali.

Una voce positiva, spesso trascurata: i trasferimenti immobiliari inseriti negli accordi di separazione o divorzio sono esenti da imposta di bollo e tassa di registro. Su immobili di valore medio-alto, questa esenzione rappresenta un risparmio concreto - e una buona ragione per includere la cessione della casa nell’accordo piuttosto che gestirla separatamente.

Assegno di mantenimento: il riflesso fiscale che quasi nessuno calcola

L’assegno di mantenimento viene solitamente ragionato nel suo peso mensile. Il suo riflesso fiscale, invece, è una variabile che può fare una differenza concreta nella dichiarazione dei redditi (in entrambe le direzioni).

La regola di base, prevista dall’articolo 10, comma 1, lettera c) del TUIR, è la seguente: chi paga l’assegno periodico al coniuge lo deduce integralmente dal proprio reddito imponibile IRPEF. L’importo si sottrae dalla base imponibile prima del calcolo dell’imposta. A un’aliquota marginale del 35%, ogni €1.000 di assegno corrisponde a circa €350 di risparmio fiscale. Non è una detrazione: è una deduzione dal reddito lordo, che vale sull’intera somma versata nell’anno.

Attenzione: questa deduzione si applica esclusivamente all’assegno tra coniugi. Il mantenimento dei figli segue regole separate; non è deducibile per chi lo versa, né costituisce reddito imponibile per chi lo riceve. Se il giudice non specifica la quota destinata al coniuge rispetto a quella per i figli, per legge si considera metà ciascuno.

Specularmente, il coniuge che riceve l’assegno è obbligato a dichiararlo come reddito imponibile, assimilabile a quello da lavoro dipendente, e a pagare l’IRPEF sulle somme percepite. Per chi non ha altri redditi significativi l’impatto può essere mitigato dalle detrazioni; per chi ha già un reddito medio-alto, l’assegno si somma e viene tassato all’aliquota marginale. Tutti i dettagli operativi per la compilazione sono nell’approfondimento dedicato all’assegno di mantenimento in dichiarazione dei redditi 2026.

IMU sulla casa coniugale: l’insidia che arriva dopo la firma

Il capitolo IMU è uno dei più scivolosi nelle separazioni, e l’errore più frequente è credere che basti il provvedimento del giudice per non pagare.

L’ordinanza n. 4303 del 19 febbraio 2025 della Corte di Cassazione ha ribadito con forza un principio che molti ignorano: il semplice provvedimento di assegnazione giudiziale della casa coniugale non garantisce automaticamente l’esenzione IMU. Per accedervi, il coniuge assegnatario deve avere trasferito nell’immobile sia la residenza anagrafica sia la dimora abituale, in modo concreto e dimostrabile. La sola sentenza non basta.

Se il coniuge assegnatario non dimora effettivamente nell’abitazione o non vi ha spostato la residenza, l’esenzione decade e l’IMU è dovuta. Al contrario, il coniuge non assegnatario che rimane comproprietario ma ha lasciato l’immobile non è tenuto al pagamento: in assenza del possesso utile ai fini fiscali, l’obbligazione non scatta. È una tutela importante, spesso ignorata nella frenesia della firma degli accordi.

Una nota positiva: le coppie separate con residenze in Comuni diversi possono entrambe ottenere l’esenzione IMU per la rispettiva abitazione principale, come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 209/2022. Il quadro completo dei casi particolari, incluse le casistiche più recenti, è nell’approfondimento dedicato all’esenzione IMU per separazione e divorzio.

Gratuito patrocinio: quando le spese legali le copre lo Stato

Chi ha redditi bassi non è automaticamente escluso dall’accesso alla giustizia in una separazione o divorzio. Il patrocinio a spese dello Stato copre le spese legali per chi ne ha i requisiti, sia nelle procedure consensuali che in quelle contenziose — inclusa, dopo la Riforma Cartabia, la negoziazione assistita.

La soglia è stata aggiornata con il decreto del Ministero della Giustizia del 22 aprile 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 luglio 2025: il limite è ora fissato a €13.659,64 di reddito imponibile IRPEF annuo. Si tratta di reddito imponibile - non di ISEE - risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi. Rientrano nel calcolo anche i redditi esenti dall’IRPEF (come l’Assegno Unico) e quelli soggetti a ritenuta alla fonte o imposta sostitutiva.

Una regola specifica vale per chi si separa: il reddito del coniuge da cui ci si separa viene escluso dal computo per conflitto di interessi. Vengono invece considerati i redditi degli altri familiari conviventi (figli maggiorenni, nuovi partner). È uno dei dettagli tecnici su cui vale sempre la pena verificare i propri diritti prima di rinunciare al beneficio. La guida aggiornata è disponibile qui: gratuito patrocinio 2026.

Il rito unico: separazione e divorzio in un solo ricorso

Con la Riforma Cartabia in vigore dal marzo 2023, è possibile presentare contestualmente la domanda di separazione e quella di divorzio in un unico ricorso. Il tribunale gestisce le due fasi in sequenza all’interno dello stesso procedimento, eliminando la necessità di aprire una seconda causa dopo il periodo di attesa.

Il risparmio è concreto: si abbattono le spese di procedura, si riducono le ore complessive di assistenza legale e si accorcia la timeline totale. Per le coppie in accordo che hanno già definito ogni aspetto, è la via più efficiente disponibile oggi.

Una precisazione necessaria: il rito unico non elimina i termini di attesa ma li integra nel procedimento già avviato. Il giudice emette la pronuncia parziale di separazione non appena maturano i termini, proseguendo poi verso il divorzio definitivo nella stessa sede e con lo stesso fascicolo. Per i dettagli procedurali: divorzio breve 2026: tempi e procedura.

Come scegliere l’avvocato giusto

Il parametro del costo orario è l’ultimo da usare nella scelta. La specializzazione in diritto di famiglia - avvocati matrimonialisti iscritti all’AMI (Associazione Matrimonialisti Italiani) o all’AIAF (Associazione Italiana Avvocati per la Famiglia) - garantisce una competenza specifica in materie dove l’esperienza fa la differenza: affidamento, piano genitoriale, assegno divorzile, regimi patrimoniali.

Una regola pratica da non dimenticare: il preventivo scritto è un diritto del cliente, sancito dal Codice Deontologico Forense. Un professionista che si rifiuta di fornirlo è un segnale da non ignorare.

Nei procedimenti giudiziali, la scelta del legale incide anche sui tempi: un avvocato con un carico eccessivo di cause allunga le udienze e, di conseguenza, moltiplica i costi finali. Per i procedimenti consensuali, invece, conta soprattutto la precisione nella stesura degli accordi; è lì che si prevengono i contenziosi futuri, e in quel documento ogni parola vale.

Argomenti

# Costi
SONDAGGIO