14anni di pareggio con l’S&P 500 e l’uscita di Buffett pongono Greg Abel davanti a un bivio: scommettere con coraggio su pochi titoli concentrati o scivolare verso un fondo indicizzato.
Berkshire Hathaway è un’azienda di enorme rilevanza, sia per le sue dimensioni sia per il ruolo simbolico che occupa nel capitalismo americano. Vale oltre 1.000 miliardi di dollari, il che la rende l’undicesima società più preziosa degli Stati Uniti. Le dieci che la precedono sono tutte nel settore tecnologico e, fatta forse eccezione per Apple, hanno tutte beneficiato di recente della sbornia dell’intelligenza artificiale o del culto della personalità di Elon Musk. Berkshire rappresenta qualcosa di diverso: una forma più antica, più prudente e lungimirante di capitalismo industriale, fondata non sulla rivoluzione tecnologica ma su verità economiche durature. In un momento febbrile come quello attuale, il modello Berkshire conta.
Eppure, l’idea che tale modello offra un vantaggio concreto nella creazione di valore a lungo termine è sempre più difficile da sostenere. Confrontando i rendimenti totali su base decennale con quelli dell’S&P 500, si scopre che il periodo in cui Berkshire ha sistematicamente battuto l’indice si è chiuso a metà 2012. Da allora, i due si contendono il primato a fasi alterne: l’S&P prende il largo quando gli spiriti animali sono scatenati, come adesso, mentre Berkshire fa leggermente meglio nei momenti di debolezza del sentiment, come nell’aprile dello scorso anno.
In sostanza, si tratta di un pareggio che dura da quattordici anni, un periodo che comincia a essere lungo, persino per i parametri di Berkshire. [...]
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