Finanziare la manovra inasprendo la fiscalità sulle banche? L’ipotesi che spaventa

Il governo potrebbe inasprire la fiscalità sulle banche per finanziare la manovra di bilancio. Quali le conseguenze di una mossa simile?

Finanziare la manovra inasprendo la fiscalità sulle banche? L'ipotesi che spaventa

Per finanziare la manovra di bilancio il governo potrebbe scegliere di aumentare la pressione fiscale sulle banche italiane.

Un’ipotesi, questa, che ha già suscitato l’allarme dell’Abi, preoccupata per le possibili ricadute che una simile mossa potrebbe avere non soltanto sul settore, ma sull’intera economia.

Sul tema è intervenuto Patuelli, il presidente dell’Associazione, secondo cui una maggiore pressione fiscale sulle banche potrebbe accelerare il processo di cambiamento del modello tradizionale di business degli istituti nostrani.

“Chi pensasse di aumentare la pressione fiscale sulle banche, di punire un settore, rallenterebbe o indebolirebbe la ripresa dell’intera economia”,

ha tuonato scagliandosi senza mezzi termini contro l’ipotesi che, a sua detta, ci farebbe tornare indietro di molti anni.

Fisco più severo con le banche: quali conseguenze?

Non è stata soltanto l’Abi ad esprimersi sull’ipotesi di una maggiore fiscalità sugli istituti di credito del Belpaese. Anche i sindacati bancari hanno guardato con apprensione alla possibile misura ed hanno ipotizzando l’insorgere di svantaggi competitivi rispetto al resto d’Europa.

“Il Governo sa che la norma di cui si parla è oggi omogenea a quanto previsto nel resto d’Europa e in particolare in Germania e Francia e non si capisce il perché si dovrebbe realizzare uno svantaggio competitivo per il sistema del credito che rischia di scaricare il costo di maggiori tasse sugli anelli più deboli della catena e cioè i lavoratori e i risparmiatori”,

hanno affermato in una nota le principali sigle sindacali.

Di diverso avviso gli analisti di Equita che, citando «effetti già scontati nelle valutazioni» hanno previsto che la scelta di aumentare la pressione fiscale sulle banche italiane non avrà conseguenze dirompenti sugli utili (-4%) e sul capitale (-6 punti base a regime). Per dirla con le loro stesse parole, la decisione del governo ci riporterà indietro di oltre un decennio, quando gli interessi passivi erano deducibili solo in parte, e le rettifiche su crediti in un periodo di 5-18 anni con relativa generazione di Dta.

Secondo Equita gli interessi passivi verrebbero resi deducibili solo all’86% (dal 100% attuale) e sarebbe reintrodotto un regime di parziale deduzione delle rettifiche sui crediti.

“La reintroduzione di un regime di parziale indeducibilità delle rettifiche su crediti non avrebbe, quindi, impatto sugli utili perché le maggiori imposte dell’anno verrebbero compensate dalle Dta, mentre il Cet1 scenderebbe di 6 punti base al 2020 per i maggiori asset ponderati per il rischio, Rwa”.

Per Fidentiis una maggiore pressione fiscale sulle banche sarebbe davvero una brutta notizia che renderebbe gli istituti di credito delle «mucche da mungere» a fini governativi. Secondo gli analisti, tra l’altro, ci sarà tempo per definire le ipotetiche conseguenze di un’accresciuta tassazione.

“Non abbiamo nessun dettaglio sul modo in cui la tassazione può essere attuata, il che rende il calcolo dell’impatto sostanzialmente impossibile,”

hanno concluso.

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