Il dato sembrerebbe confortante: l’Italia è uno dei Paesi più ricchi al mondo in termini di patrimonio privato con oltre 11.700 miliardi di euro di ricchezza tra immobili e attività finanziarie (Banca d’Italia, 2024). Una cifra che supera il PIL nazionale di sei volte e che fa apparire le famiglie italiane solide e protette.
Eppure, basta una lettura un po’ più approfondita dei dati per percepire una realtà diversa: una famiglia su tre dichiara di avere difficoltà ad arrivare a fine mese ed i giovani si scontrano con stipendi bassi, precarietà lavorativa e barriere sempre più alte all’ingresso nel mercato immobiliare. I redditi familiari sono cresciuti del 2,7% nel 2024, un ritmo dimezzato rispetto al +5% del 2023.
A complicare ulteriormente il quadro c’è un elemento spesso trascurato: la scarsa educazione finanziaria degli italiani.
Come si spiega questa contraddizione tra abbondanza e fragilità? Siamo un popolo di millantatori o le spiegazioni sono altre e più complesse?
Disuguaglianze e generazioni: chi ha e chi resta indietro
Il primo fattore da tenere in considerazione è la concentrazione della ricchezza. Non tutte le famiglie italiane sono “ricche”: il 10% più benestante possiede quasi la metà del patrimonio totale, mentre la metà più povera si divide appena il 10%.
La forbice generazionale è altrettanto evidente: gli over 60 detengono gran parte delle case, dei titoli e dei risparmi, mentre gli under 40 arrancano, spesso costretti a vivere con i genitori o a rinviare scelte di vita importanti.
A complicare il quadro è la natura del patrimonio: più del 70% della ricchezza delle famiglie è immobiliare: solide mura che danno sicurezza psicologica, ma che non si trasformano facilmente in liquidità.
Un ulteriore dato significativo: il reddito medio lordo familiare nel 2024 si è attestato a circa 24.000 € (Ministero dell’Economia e delle Finanze) con un aumento nominale del 5% rispetto all’anno precedente, ma il reddito reale, depurato dall’inflazione, è calato.
Il peggioramento delle aspettative sulla condizione economica generale dell’Italia e l’aumento delle attese di disoccupazione, specialmente tra le famiglie a basso reddito, ha indotto queste ultime ad accrescere il risparmio per motivi precauzionali (es. titoli di Stato). Il consumo delle famiglie è rimasto sostanzialmente piatto, con una crescita dello 0,4% nel 2024 (+0,3% nel 2023), confermando la prudenza negli acquisti.
Il ruolo dell’educazione finanziaria
Questo scenario macroeconomico si innesta su un terreno già povero di cultura finanziaria. Solo il 37% degli italiani ha competenze economiche adeguate (si riferisce alla percentuale di adulti italiani classificati come «competenti» o «esperti» in ambito finanziario secondo l’indagine Banca d’Italia del 2020), ben al di sotto della media europea.
Il risultato è che parte dei risparmi resta ferma sui conti correnti (oltre 1.800 miliardi di euro), dove perdi potere d’acquisto in modo quasi invisibile.
Nel frattempo, i giovani crescono senza modelli di gestione finanziaria, né in famiglia, né a scuola.
Il divario patrimoniale si somma a un divario educativo.
Di seguito si riportano le indagini effettuate dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e dal PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) in materia di conoscenze finanziarie in Europa. La prima rileva il grado di competenza finanziaria (risparmio, investimento, gestione debiti), tra gli adulti tra i 18 e 79 anni (quella riportata si riferisce al 2020); la seconda misura il grado di conoscenza generale (lettura, matematica, problem solving digitale), tra gli adulti tra i 16 e 65 anni (la tabella si riferisce al periodo di indagine 2022-2023). In entrambe le rilevazioni l’Italia risulta agli ultimi posti.
OCSE/INFE – Alfabetizzazione finanziaria (punteggi 0–21) Dati 2019/2020
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Tabella PIAAC (punteggi da 0-500) – dati 2022/2023
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Una sfida per istituzioni e privati
Negli ultimi anni qualcosa si muove a livello istituzionale. Il MEF promuove ogni ottobre il Mese dell’Educazione Finanziaria, mentre la Banca d’Italia porta programmi didattici nelle scuole, oltre a condurre ricerche periodiche e mettere a disposizione guide, simulazioni e strumenti online per cittadini di tutte le età.
Fondazioni bancarie, family office e startup fintech stanno sperimentando percorsi educativi mirati ai giovani.
Allo stesso modo, la CONSOB promuove programmi di educazione agli investimenti, con focus su trasparenza dei prodotti finanziari e gestione del rischio. Sono iniziative importanti ma la loro diffusione rimane ancora limitata rispetto ai bisogni della popolazione.
Nelle scuole italiane, l’educazione economica e finanziaria è ancora presente solo in maniera sporadica e non sistematica.
Alcuni istituti superiori, in particolare quelli a indirizzo tecnico o economico, inseriscono nel curriculum lezioni di educazione al risparmio, bilancio familiare e strumenti bancari, ma non esiste ancora un percorso obbligatorio e omogeneo che copra tutto il territorio nazionale.
Progetti sperimentali, come quelli promossi dal Comitato per l’Educazione Finanziaria del Ministero dell’Economia o da associazioni come le Young Advisory Board (YAB - gruppi consultivi composti da giovani che collaborano con istituzioni, fondazioni e organizzazioni per offrire una prospettiva giovanile su temi rilevanti, tra cui l’educazione finanziaria), cercano di colmare il vuoto, offrendo laboratori pratici, simulazioni di investimenti e giochi didattici che insegnano ai ragazzi a gestire un budget, valutare il rischio e comprendere il credito.
Alcuni esempi:
• Junior Achievement Italia (JA Italia)
• Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF)
• «Il laboratorio delle idee» – Poste Italiane e Cassa Depositi e Prestiti
A livello europeo, la situazione è molto più avanzata, soprattutto in Paesi nordici e nell’area anglosassone.
In Svezia, Danimarca, Germania e Paesi Bassi, l’educazione finanziaria è integrata nei percorsi scolastici obbligatori e viene affiancata da campagne pubbliche di sensibilizzazione.
In Gran Bretagna, la Financial Education Strategy obbliga le scuole secondarie a trattare argomenti di gestione del denaro, con supporto di strumenti digitali e programmi di mentoring.
L’esperienza dimostra che l’esposizione precoce a competenze finanziarie concrete aumenta la capacità di prendere decisioni economiche consapevoli.
La Legge 5 marzo 2024, n. 21, conosciuta anche come «Legge Capitali», rappresenta un passo significativo nell’integrazione dell’educazione finanziaria nel sistema scolastico italiano.
Insegnare oggi per proteggere domani
Ma senza il coinvolgimento delle famiglie, questi sforzi rischiano di restare frammentati.
Trasmettere un patrimonio non basta: bisogna costruire anche la capacità di gestirlo.
Un ragazzo che impara presto a distinguere tra spese e risparmi, che scopre l’importanza di pianificare e di investire con criterio, sarà un adulto più preparato ad affrontare le sfide economiche.
Insegnare non significa trasformare i figli in piccoli broker, ma rendere naturali concetti come bilancio personale, prudenza negli indebitamenti, differenza tra beni illiquidi e strumenti finanziari.
Parlare apertamente di mutui, assicurazioni, investimenti non deve essere un tabù, ma parte di un dialogo educativo tanto importante quanto l’insegnamento del rispetto o della responsabilità.
Un primo passo può essere la paghetta con regole, un piccolo budget mensile che non serve solo a coprire spese personali, ma che diventa palestra di responsabilità: metà da spendere, metà da accantonare.
Crescendo, la gestione si fa più complessa: strumenti come conti e carte per minori offrono l’occasione di familiarizzare con entrate e uscite, abituandosi a controllare i movimenti e a distinguere tra spese necessarie e superflue.
Un altro passaggio cruciale è legare il denaro a progetti concreti: risparmiare insieme per un obiettivo comune – che sia un viaggio, un computer o altro – trasforma l’atto del mettere da parte in un esperienza condivisa, che insegna il valore della pazienza e della pianificazione.
A completare questo percorso c’è il contributo della tecnologia: applicazioni e simulatori digitali, sempre più diffusi tra i ragazzi, trasformano concetti complessi come bilancio, interesse composto o investimento di lungo periodo in giochi intuitivi.
Così la finanza, spesso percepita come un linguaggio ostico, diventa accessibile e quotidiana.
Trasformare il risparmio in crescita: l’urgenza di una nuova alfabetizzazione economica
Il quadro che emerge è quello di un Paese a due velocità: da una parte l’Italia resta una nazione formalmente ricca, con un patrimonio familiare tra i più consistenti in Europa; dall’altra, ampie fasce di popolazione – soprattutto giovani e ceto medio faticano ad arrivare a fine mese, strette tra precarietà lavorativa, inflazione e scarse prospettive di mobilità sociale.
La ricchezza è infatti altamente concentrata e rimane in larga parte immobilizzata in beni non produttivi, come la casa, o inattiva sui conti correnti.
A rendere ancora più evidente questa contraddizione è il divario in termini di competenze finanziarie.
Negli ultimi anni le istituzioni hanno avviato programmi mirati: dalle campagne di educazione nelle scuole ai portali informativi per i cittadini, fino al rafforzamento legislativo sancito dalla legge 21/2024.
Eppure i risultati sono ancora parziali: nelle scuole le iniziative sono frammentarie e spesso lasciate alla buona volontà dei singoli istituti o docenti, mentre nel dibattito pubblico la finanza rimane materia percepita come distante.
Se il patrimonio italiano continuerà a restare “ricco ma immobile”, incapace di tradursi in benessere diffuso e in sostegno alle nuove generazioni, il divario sociale tenderà ad ampliarsi.
L’educazione finanziaria rappresenta quindi non un accessorio, ma una delle chiavi fondamentali per trasformare la ricchezza privata in crescita collettiva, garantendo alle famiglie strumenti più solidi per affrontare le sfide economiche di oggi e di domani.