Fine della globalizzazione? Sempre meno imprese in Cina: lo scenario di Bank of America

Bank of America lancia la sua ricerca: localizzare i processi produttivi è la tendenza post-COVID. Imprese fuori dalla Cina per un costo di 1.000 miliardi di dollari e con alcuni vantaggi: ecco quali

Fine della globalizzazione? Sempre meno imprese in Cina: lo scenario di Bank of America

Bank of America ha una nuova ricerca sul destino della globalizzazione in questo mondo post-COVID.

La tendenza è sempre più orientata a localizzare. Nello specifico, le aziende straniere che cercano di spostare i loro processi di produzione al di fuori della Cina sulla scia del coronavirus potrebbero dover sostenere costi per 1.000 miliardi di dollari in cinque anni.

Tuttavia, la banca sostiene che una tale mossa sarebbe probabilmente vantaggiosa per le aziende a lungo termine. Stati e Uniti e Europa sono coinvolte nel processo, come spiegato in un’analisi di CNBC, che riporta lo studio BofA.

Globalizzazione vs localizzazione

Già prima della pandemia, BofA aveva messo in evidenza che le aziende si stavano allontanando dalla globalizzazione e si stavano spostando verso un approccio più localizzato quando si trattava delle loro catene di approvvigionamento.

Il cambiamento era spinto da una serie di fattori che minacciavano la rete che rifornisce le fabbriche, tra cui controversie commerciali, problemi di sicurezza nazionale, cambiamenti climatici e aumento dell’automazione.

La tendenza, con protagoniste soprattutto imprese statunitense ed europee, di spostare processi produttivi dalla Cina a territori più vicini, ha trovato proprio nella crisi della pandemia un catalizzatore.

Bank of America ha messo in evidenza che l’80% dei settori globali ha dovuto affrontare interruzioni della catena di approvvigionamento con la pandemia, costringendo oltre il 75% a rivedere i propri piani di produzione.

Secondo lo studio, l’approccio del mondo post-COVID sarebbe sempre più orientato al “stakeholder capitalism”, in base al quale il trasferimento favorisce una più ampia comunità di azionisti, consumatori, dipendenti e lo Stato.

Tradotto: porzioni di catene di approvvigionamento dovrebbero trasferirsi idealmente all’interno dei confini nazionali e in mancanza di ciò in Paesi considerati alleati.

Imprese fuori dalla Cina? Costi e benefici

Spostare fuori dalla Cina tutta la produzione correlata all’esportazione che non è destinata al consumo cinese potrebbe costare alle aziende 1.000 miliardi di dollari in cinque anni secondo le previsioni del report.

Tuttavia, i responsabili politici potrebbero nel tempo alleggerire questo impatto iniziale, anche attraverso agevolazioni fiscali, prestiti a basso costo e altri sussidi nella direzione già indicata da Stati Uniti, Giappone, UE, India e Taiwan.

A livello settoriale, i ricercatori BofA hanno suggerito che i titoli in ingegneria edile e macchinari, automazione industriale e robotica, produzione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, software applicativo e altri servizi simili trarrebbero vantaggio dall’accelerazione di questa tendenza.

Nel frattempo, anche le banche in Nord America, Europa e Asia meridionale potrebbero ricevere una spinta dalla maggiore attività economica derivante da questi cambiamenti.

Gli economisti suggeriscono che tale tendenza alla localizzazione fuori dalla Cina funzionerà solo se sarà una libera scelta delle aziende in nome dell’efficienza. Tariffe e tasse non saranno utili.

Secondo l’analisi di CNBC, i dazi commerciali imposti alla Cina dall’amministrazione Trump lo scorso anno sono stati ampiamente assorbiti sotto forma di margini di profitto ridotti per le società statunitensi, il che nel tempo si tradurrebbe in una minore efficienza e una maggiore pressione inflazionistica.

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