USA: il paradiso fiscale più grande del mondo?

Laura Botti

28 Gennaio 2016 - 13:30

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Gli USA sono il più grande paradiso fiscale del mondo? Le facilicazioni in materia fiscale per i fondi stranieri in patria e la quota elevata di capitali in fuga hanno reso gli USA un paradiso fiscale.

Gli USA sono diventati il più grande paradiso fiscale del mondo?

L’adozione di vari espedienti come la concessione di facilitazioni per il deposito di fondi non americani in patria o la resistenza ai nuovi standard bancari sulla segretezza dei dati hanno reso gli Stati Uniti una delle mete ideali per l’afflusso di capitali stranieri.

Ogni anno l’Ong Tax Justice Network stila una classifica, il Financial Secrecy Index, basata su grado di segretezza bancaria (secrecy score) e quota di capitali offshore detenuti dai Paesi di tutto il mondo.

Nella classifica 2015 del Tax Justice Network gli Usa risultano al terzo posto, subito dopo Svizzera e Hong Kong, salendo di tre posizioni rispetto all’indice del 2013.

Tax Justice Network: la classifica 2015

Al vertice della classifica 2015 c’è la Svizzera, definita il “progenitore di tutti i paradisi fiscali, che possiede una quota globale del 5,625% sui capitali in fuga e un punteggio di segretezza bancaria pari a 73.

Segue Hong Kong che, detenendo il 4% dei capitali offshore su scala mondiale e un “secrecy score” di 72, è diventata una meta di tutto interesse per l’afflusso di capitali stranieri.

Al terzo posto si collocano invece gli Stati Uniti: se dal punto di vista della segretezza gli States non vanno oltre un generico punteggio di 60 su 100, l’allarme scatta quando si guarda alla quota dei capitali in fuga, ben 19,6%, un quinto dei capitali offshore su scala mondiale.

Oltre a Svizzera, Hong Kong e Stati Uniti fanno parte della parte della top ten dei paradisi fiscali Singapore, Isole Cayman, Lussemburgo, Libano, Germania, Bahrain e Emirati Arabi Uniti.

USA: il più grande paradiso fiscale del mondo?

“Gli Usa sono il più grande paradiso fiscale del mondo”, ha dichiarato Andrew Penney, il managing director della banca d’investimento Rothschild. L’affermazione è fondata sull’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti in materia fiscale e definito dall’Economist “ipocrisia americana”.

Nel corso del tempo l’amministrazione statunitense è passata gradualmente da una strenua opposizione alla fuga di società all’estero a un blando atteggiamento di complicità con il sistema offshore.

Emblematica è la concessione di facilitazioni per il deposito di fondi non americani in patria o la resistenza degli States ai nuovi standard bancari. Un accordo promosso dall’Ocse nel 2014 relativo a più stringenti regole sulla condivisione dei dati bancari è stato firmato dalla quasi totalità dei membri ad eccezione di Bahrain, Nauru, Vanuatu e, appunto, gli Stati Uniti.

Nel libro-inchiesta “Le isole del tesoro” (Feltrinelli) Nicholas Shaxson spiega come gli Stati Uniti siano diventati “il fulcro del terzo polo di centri offshore”. Dagli anni sessanta in poi i finanzieri americani sono fuggiti all’estero, soprattutto verso l’euromercato offshore di Londra, per sottrarsi alle norme vigenti negli Stati Uniti.

Il sistema offshore ha permesso loro di “aggirare la rigorosa regolamentazione finanziaria statunitense, riguadagnando progressivamente potere e influenza sul sistema politico americano e poi, soprattutto dagli anni ottanta, trasformando gli stessi Stati Uniti in quello che è attualmente, in una certa misura, il più importante paradiso fiscale del mondo”.

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